CHOPIN (IL PIANISTA E LA BALLERINA)

Tratto dall’antologia #iostoacasa – racconti dal marzo 2020 (Pendragon)


La prima volta capitò di notte. Era una di quelle notti che sì, hanno ancora il sapore dell’inverno, ma il cui retrogusto sa già di primavera.

Non riuscivo a prendere sonno. Affacciata al balcone, osservavo i mandorli che erano fioriti a dispetto della quarantena, quando una luce si accese nel palazzo di fronte.

Ne fui sorpresa. Non mi ero mai accorta che l’appartamento al secondo piano fosse abitato.

Concentrai l’attenzione sul profilo che si stagliava nella cornice della finestra. Vidi l’uomo sollevare il coperchio del pianoforte con delicatezza, come si dovrebbe spogliare una donna.

Cominciò a muovere le dita sui tasti bianchi e neri, e all’improvviso mi ritrovai con le scarpette ai piedi.

Fu in quel momento, poiché non conoscevo il suo vero nome, che decisi di chiamarlo Chopin.

Accadde ogni giorno, da allora. A volte suonava la mattina presto, altre a metà pomeriggio o mentre tutti dormivano.
Quando sedeva al piano solo a notte inoltrata, io trascorrevo la giornata nell’attesa, incapace di pensare ad altro.

Chopin però arrivava sempre.

Appena attaccava, correvo a infilarmi le scarpette. Stringevo i lacci attorno alle caviglie, prima di salire sulle punte. Il rumore del gesso sul balcone si mescolava ai trilli, ai mordenti e agli arpeggi.
Avevo la sensazione che potesse vedere le mie gambe muoversi attraverso la ringhiera, che regolasse sui miei passi il ritmo della musica, tanta era la sintonia tra il suono che aveva nelle mani e il mio stato d’animo.

Così passavano le settimane, e mi sentivo meno sola. Ma poi, per un giorno intero, Chopin non toccò il piano. Non suonò il giorno successivo, né quello dopo ancora.
Quanto tempo aspettai invano, non ricordo. Finché, una notte, fui svegliata dai lampeggianti dell’ambulanza.

Quella notte furono le sirene a squarciare il silenzio.

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