47. L’oscurità del Golem

47 - Bissattini

Titolo: 47. L’oscurità del Golem

Autore: Emanuele Bissattini

Editore: Round Robin Editrice

Anno: 2018


SINOSSI

Ettore, detto il Gatto, killer con la passione per le moto, torna tra le strade di Roma. Dopo “Glock 17. La pazienza dell’odio”, la storia prosegue con una disperata corsa contro il tempo, che vedrà il killer di Primavalle faccia a faccia con l’odio cieco del Golem. Nato orfano e addestrato solo per la vendetta, Golem è un figlio del buio della capitale, assoldato da Spartaco, il re dell’eroina di Roma Sud, che vuole regolare una volta per tutte i conti con Ettore. In questa nuova vicenda, l’autore continua con la descrizione minuziosa e dura del contesto criminale della città, tra impresari senza scrupoli e incontri clandestini di dirty boxe. Ritroviamo Lucilla e Teresa, le due donne del Gatto, una in pericolo e l’altra forse persa per sempre. E Sigmund, il Tedesco che dovrà scegliere se il voto fatto a un amico morto vale la vita di un altro amico che muore. Soprattutto c’è la scelta che un uomo fa davanti allo specchio: vivere o morire, essere libero o perdersi per sempre nell’oscurità, sua ultima compagna di viaggio.


RECENSIONE

47. L’oscurità del Golem” è il secondo episodio della trilogia noir di Emanuele Bissattini, dedicata alle vicende di Ettore “il Gatto”, giustiziere per professione. In questo romanzo, ancora più cupo del precedente, il protagonista si trova a confrontarsi con il temibile personaggio del Golem, un assassino prezzolato e senza scrupoli.

Di primo acchito potrebbe sembrare che il Gatto e il Golem siano l’uno il doppio dell’altro.

Entrambi sono animati dall’odio e da un desiderio di vendetta, che scaturisce dalla perdita di una persona cara. Entrambi hanno fatto della violenza, fino alla forma estrema dell’omicidio, il loro pane quotidiano. Il loro modo di rimettere insieme i pezzi di un mondo in frantumi. E la struttura narrativa riflette questo parallelismo tra i due killer, dando voce a entrambi, alternativamente.

Le cose, tuttavia, non sempre sono semplici come appaiono e l’autore sa giocare sapientemente con le sfumature, portando a galla i demoni che dominano la psiche dei suoi personaggi. Con quel suo stile immediato,cinematografico, che abbiamo apprezzato già nel primo episodio della trilogia.

Chi, prima di leggere questo romanzo, ha conosciuto il Gatto in “Glock 17. La pazienza dell’odio”non potrà non notare l’evoluzione del protagonista in “47. L’oscurità del Golem”. È un Ettore diverso quello che emerge in queste pagine, perché – pur restando un personaggio inquieto, incapace di trovare pace – mostra finalmente il suo lato più fragile.

È un Ettore più umano, che tentenna, dubita, rimpiange, soffre, ama. È un Ettore che porta alla luce un conflitto interiore e che mette in discussione le proprie scelte. Soprattutto quella di alimentare una spirale di violenza che, fino a quel momento, è stata per lui ragione di vita.

E una spirale simile ha trascinato il Golem verso un’oscurità senza redenzione, trasformandolo in un uomo freddo, psicopatico, privo di empatia. Capace di comunicare solo con Giulio, l’amico che gli è stato portato via, la cui voceriecheggia continuamente nelle pieghe della sua mente.

Non vediamo l’ora di scoprire che cosa ci riserverà il capitolo finale


L’AUTORE

Emanuele Bissattini, scrittore noir e autore, si occupa di story telling, scrittura creativa, sceneggiatura e copy writing. Nasce giornalista d’inchiesta sociale – il Manifesto, L’Espresso e Il Messaggero – e da allora il gusto per le periferie non lo ha mai abbandonato. Nel 2017 ha pubblicato per Round Robin Editrice il suo romanzo d’esordio “Glock 17, la pazienza dell’odio”, primo volume di una trilogia, seguito nel 2018 da “47. L’oscurità del Golem”. Sempre per Round Robin è co-autore de “Il Buio, la lunga notte si Stefano Cucchi” (2018), graphic novel, che apre le porte sul caso di cronaca che ha sconvolto l’Italia.

Glock 17. La pazienza dell’odio

Glock 17 - Bissattini

Titolo: Glock 17. La pazienza dell’odio

Autore: Emanuele Bissattini

Editore: Round Robin Editrice

Anno: 2017


SINOSSI

Lo chiamano il Gatto perché ha sette vite. Ne ha già consumate cinque. Roma, quartiere Primavalle: il Gatto è Ettore, il killer dell’ultima corsa. Se perdi quella, a casa non torni. Mai più. L’ordine nella sua officina è quello che si è imposto nella vita. Ogni attrezzo ha il suo posto perché ogni chiave ha la sua funzione. E se la donna che gli hanno chiesto di rintracciare ha un guinzaglio al collo come un cane, il Gatto riporta l’ordine delle cose nell’unico modo che conosce: vendetta. Un affare mai a buon mercato, neanche per Francesco, il broker della mala salito sull’ultima corsa per salvare la sorella. Accanto al Gatto c’è Sigmund, un camaleonte che trova quiete dietro al banco di fiori di fronte a Regina Coeli. Sigmund è Il Tedesco, ma la sua terra è il suo passato, e i suoi ricordi sono la sua condanna con fine pena mai. Roma non è la città Eterna. Roma è il buio che prende forma quando la luce è solo un lumicino acceso di fronte a un volto che si nasconde e attende. Fermo e senza respirare. La notte è il territorio di caccia che non t’aspetti. E i cacciatori diventano prede che non si accorgono di quanto reale possa essere il male.


RECENSIONE

Si intitola “Glock 17. La pazienza dell’odio” l’avvincente esordio letterario di Emanuele Bissattini, pubblicato da Round Robin.

Primo episodio di una trilogia che ha come protagonista Ettore, detto il “Gatto”, non stupisce che questo romanzo sia stato selezionato per l’edizione 2017 del Premio Scerbanenco, uno dei più importanti riconoscimenti letterari per il giallo e il noir. Con una doverosa premessa: se siete appassionati del giallo classico, questo libro non fa per voi.

Glock 17 è un noir in piena regola. E non solo per le atmosfere cupe che evoca, in cui l’odore della polvere da sparo si mescola a quello del sangue, i ricordi e gli incubi notturni a un presente fatto di squallore e di miserie umane, senza speranza.

In questo contesto si muove Ettore il “Gatto”, il protagonista del romanzo. Non un detective, non un poliziotto, avvocato o giornalista ficcanaso. Piuttosto antieroe moderno, la cui infanzia è stata spezzata, segnata in modo indelebile dall’omicidio del padre e dallo stupro della madre.

Ettore è un giustiziere solitario, un killer per professione assetato di vendetta, con una propria morale e un obiettivo ben preciso: mettere, per quanto possibile, le cose a posto. Per gli altri, ma anche per se stesso.

Giustizia e ingiustizia, bene e male, assumono così un senso diverso, personale, che va riletto alla luce della visione del mondo di Ettore e dell’odio che arma la sua Glock, la pistola che prima di lui apparteneva al padre.

Sopra le righe è pure la struttura del romanzo. Glock 17 ha una natura cinematografica, si sviluppa in soggettiva, per giustapposizione di sequenze. Gli eventi – o meglio gli episodi – si susseguono a un ritmo serrato, narrati in prima persona dalla voce del protagonista. Scelta coraggiosa, ma efficace, in cui la storia di Ettore emerge gradualmente, man mano che il lettore viene trascinato nella sua mente.

Lo stile di Bissattini è semplice, asciutto e conciso. Capace di racchiudere in poche parole un intero universo di immagini, in cui l’ambientazione rimane sullo sfondo, presente ma non invadente. Quello della Roma cara all’autore, la Roma delle periferie e dei personaggi che le animano, come Sigmund il “Tedesco”, l’aiutante di Ettore. O Lucilla, la sua protetta, che lavora nell’officina usata dal “Gatto” come copertura.

Con queste premesse, le aspettative per i prossimi romanzi della trilogia non possono che essere alte.


L’AUTORE

Emanuele Bissattini, scrittore noir e autore, si occupa di story telling, scrittura creativa, sceneggiatura e copy writing. Nasce giornalista d’inchiesta sociale – il Manifesto, L’Espresso e Il Messaggero – e da allora il gusto per le periferie non lo ha mai abbandonato. Nel 2017 ha pubblicato per Round Robin Editrice il suo romanzo d’esordio “Glock 17, la pazienza dell’odio”, primo volume di una trilogia, seguito nel 2018 da “47. L’oscurità del Golem”. Sempre per Round Robin è co-autore de “Il Buio, la lunga notte si Stefano Cucchi” (2018), graphic novel, che apre le porte sul caso di cronaca che ha sconvolto l’Italia.

Mars Room

Mars Room - Rachel Kushner

Titolo: Mars Room

Autore: Rachel Kushner

Editore: Einaudi

Anno: 2019


SINOSSI

Un cellulare della polizia percorre le strade deserte nella notte californiana. Le detenute vanno trasferite quando cala il buio, per tenere distante dagli occhi della gente perbene quel branco di ladre, mogli assassine e madri degeneri. Romy Hall è seduta a bordo, e cerca di farsi gli affari suoi: una delle prime regole che s’imparano in prigione.  Di lei non sappiamo molto. Sappiamo però che ha ucciso un uomo e per questo è stata condannata. È successo quando faceva la spogliarellista al Mars Room. Alcuni clienti optavano per il “pacchetto fidanzata” e uno di loro, Kurt Kennedy, si era convinto che lei fosse davvero la sua fidanzata, maturando una gelosia ossessiva e perversa. Romy era scappata a Los Angeles, ma non sembrava esserci modo di fuggire davvero da quell’uomo.  Anche se nessuno ha ascoltato la sua versione, Romy è rassegnata ad abbandonarsi agli ingranaggi crudeli di una giustizia vendicativa, paternalista e violenta, pronta a abbandonarsi al suo destino come già faceva nella sua giovinezza randagia e disperata, romantica e perduta. Finché un giorno, anche lì, in fondo all’inferno in cui è precipitata, arriverà una notizia che cambierà tutto…


RECENSIONE

Mars Room – così si intitola il terzo, riuscito romanzo della Kushner – è il nome dello strip-club di San Francisco,dove Romy Hall lavorava prima di trasferirsi a Los Angeles. Prima di uccidere a sprangate il suo stalker, prima di essere condannata a due ergastoli e di essere rinchiusa nel carcere femminile di Stanville.

“Non ho in programma di vivere una vita lunga” – afferma la protagonista nelle prime pagine. – “Ma nemmeno una breve, se è per questo. Non ho nessun programma. Il fatto è che continui a esistere che tu abbia in programma di farlo o meno, finché non smetti di esistere, e allora i tuoi programmi vanno a farsi fottere comunque. Ma non avere programmi non significa non pentirsi di niente.”

Nel romanzo c’è un prima e c’è un dopo, e il Mars Room fa da spartiacque.

Nel “prima”, abbiamo la San Francisco della giovinezza di Romy, i suoi ricordi di ragazzina. Una madre distaccata, la dipendenza dalle droghe, una violenza subita alle soglie dell’adolescenza. Ma c’è anche l’amore per la sua amica Eva e per la città. Non la San Francisco turistica, non quella della poesia beat e delle bandiere arcobaleno, ma la parte più desolata e degradata dei sobborghi.

Nel “dopo” c’è invece l’omicidio di Kurt Kennedy, lo stalker da cui Romy è fuggita, trasferendosi a Los Angeles. C’è il processo e una condanna durissima, senza nessuna attenuante. C’è la prigione, le sue regole, a cui Romy sta cercando di adattarsi, e ci sono le donne che come lei stanno scontando una pena.

C’è la solitudine e la disperazione per la separazione dal figlioletto Jackson.

Mars Room” è un romanzo intenso, denso, sconfinato per tematiche. Un romanzo basato sulle dicotomie.Raccontando la storia di Romy Hall e dei personaggi che le ruotano attorno, l’autrice parla di bene e male, diinclusione ed esclusione, di colpa e punizione. Echeggia Dostoevskij in un’America che è Paese della libertà e delle ingiustizie.

La Kushner affronta, senza risparmiare i dettagli più cruenti, l’annosa questione della violenza: istinto naturale oconseguenza dell’ambiente sociale e delle circostanze? La violenza patologica, psicologica, viene contrappostaalla violenza fisica, dettata dalla paura. La violenza contro la dolcezza, la bellezza di una donna come Romy.

Mars Room” è un affresco spietato dell’America contemporanea e della società, in cui trova posto una molteplicità di tipi umani. Alcuni sono i compagni di cella della protagonista: il transessuale Conan, Laura Lipp, che ha ucciso il suo bambino come Medea, Betty LaFrance, ex-modella nel braccio della morte. Altri fanno parteinvece del mondo esterno, come le guardie carcerarie e gli avvocati, il poliziotto corrotto Doc e il romantico insegnante di letteratura Gordon Hauser, uomo inconsistente e sostanzialmente egoista.

Lo stile della Kushner è breve e asciutto, il suo umorismo cupo. Ha una prosa elettrizzante, che trascina il lettore dall’inizio alla fine del romanzo, e che fa perdonare i rapidi salti temporali tra passato e presente. O le digressioni, che pure a volte appesantiscono la trama, così come il continuo spostamento del punto di vista, da Romy a quello degli altri personaggi, che l’autrice inserisce in una narrazione corale.

“Mars Room” è un romanzo appassionante e di grande umanità. È avvincente, nonostante sia ambientato quasi tutto tra le quattro mura di un carcere. È capace di suscitare sentimenti ambivalenti nei confronti dei personaggi, di compassione e di repulsione, ma sempre sospendendo il giudizio. “Mars Room” è uno di quei romanzi che ti entra dentro.


L’AUTORE

Rachel Kushner è nata nel 1968 in Oregon, ma a undici anni si è trasferita a San Francisco con i genitori. Prima di Mars Room ha pubblicato i romanzi Braci nella notte e I lanciafiamme. Vive a Los Angeles. Mars Room è stato uno dei romanzi meglio recensiti del 2018. Tra l’altro è stato selezionato come Miglior libro dell’anno da Time Magazine, e inserito tra i Libri notevoli del New York Times; è stato finalista al Man Booker Prize, al National Book Critics Circle Award e candidato per la Andrew Carnegie Medal.

E’ stato Baudelaire

E' stato Baudelaire - Francesca Gerbi

Titolo: E’ stato Baudelaire

Autore: Francesca Gerbi

Editore: Buendia Books

Anno di pubblicazione: 2019


SINOSSI

Il maresciallo Antonio Rodda, burbero, single incallito, tanto abile nelle indagini quanto poco incline a elargire informazioni alla stampa, e Fulvia Grimaldi, giornalista caparbia e intraprendente, sono stati segnati da una comune tragedia: il brutale assassinio della quattordicenne Marina nel 1992, migliore amica di Fulvia e unica macchia nella carriera di Rodda. Una ferita mai rimarginata, un mistero irrisolto in un angolo apparentemente tranquillo della provincia, un omicidio senza spiegazioni né colpevole. Un incubo che li perseguita ancora, oggi più che mai: Baudelaire – questa la firma dell’assassino – è tornato, con i suoi messaggi in versi e il suo carico di ricordi e segreti. Toccherà ai due protagonisti tornare a quegli anni terribili, ricostruire vicende, volti e storie, spalancare porte sigillate e abissi oscuri e profondi. Perché nulla è come sembra: l’aguzzino sa assumere forme insospettabili, e il male di vivere si annida in luoghi inattesi, tra amene colline, paesi senza tempo e animi quieti come acqua.


RECENSIONE

Un paesino sperduto della provincia di Cuneo: è questa l’ambientazione che Francesca Gerbi ha scelto, per cimentarsi per la prima volta con un noir. Una realtà statica, immobile, in cui il tempo non sembra passare mai. Un microcosmo, dove gli abitanti si conoscono tutti.

E tutti ricordano quel delitto irrisolto, su cui, a più di vent’anni di distanza, il maresciallo Rodda (il poliziotto che all’epoca aveva seguito il caso) riprende a indagare, aiutato dalla giornalista Fulvia Grimaldi, amica della vittima.

L’autrice riesca a rendere in modo efficace l’atmosfera claustrofobica della provincia e l’atteggiamento omertoso dei suoi abitanti. Quella filosofia di paese, che impone di badare agli affari propri e tenere la bocca chiusa.

Tuttavia, nessun segreto resiste per sempre e l’orrore nascosto sotto il tappeto, un poco alla volta, viene alla luce. Infrange la superficie di tranquillità apparente, di noia. I mostri sono intorno a noi, condividono con noi la banalità del quotidiano.

Gli indizi per la soluzione del caso sono disposti sul piatto fin dall’inizio del romanzo, ma la Gerbi è abile nel centellinarli. Alternando, senza che i salti temporali disturbino la lettura, passato e presente.

Se una critica si può muovere a questo romanzo, è forse la velocità con cui arriva alle conclusioni. Da un certo punto in poi, è come se il lettore venisse precipitato verso il finale, come se il finale venisse affrettato.

Non c’è climax, il ritmo accelera in modo brusco.  La spiegazione arriva di colpo e quello che viene sacrificato è la psicologia dei personaggi. In particolare, nelle ultime pagine il loro punto di vista, i loro pensieri passano in secondo piano rispetto all’azione. Restano sospesi, non detti, stritolati dagli eventi.

In ogni caso, seppur breve, il romanzo è avvincente, cupo come richiede il genere, e lo stile è scorrevole… MaBaudelaire, che c’entra? C’entra, eccome. Perché la poesia è la chiave per comprendere l’assassino, un dettaglio che aggiunge orrore all’orrore.


L’AUTORE

Francesca Gerbi è nata il 29 aprile 1989 a Bra e vive tra Corneliano d’Alba e San Damiano d’Asti, dove è consigliere comunale. Da sempre innamorata della cultura e delle tradizioni del territorio roerino e di quello astigiano, è laureata in lettere ed è giornalista pubblicista. Scrive sul settimanale Gazzetta d’Alba e collabora con il giornale cornelianese La chiacchiera. A novembre 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo, Cicatrici oltre il buio (Umberto Soletti editore) e a novembre 2018 il secondo, Una torre ci vuole… (Umberto Soletti editore). Cura la sua agenzia di ufficio stampa, comunicazione e organizzazione eventi, Molto studio, e dedica il suo tempo libero alla Fondazione Torre di Corneliano d’Alba Onlus, che si occupa del recupero e del restauro del monumento medievale.

Nell’ombra

Nell'ombra - Melisa Schwermer

Titolo: Nell’ombra

Autore: Melisa Schwermer

Editore: Adiaphora

Anno di pubblicazione: 2018


SINOSSI

Trasferitasi a Francoforte per lasciarsi alle spalle il tradimento del fidanzato, la giornalista e scrittrice Elsa Winter si ritrova fin da subito al centro di una rete di coincidenze misteriose quanto inquietanti. Chi sono gli uomini che suonano di continuo al suo campanello alla ricerca della terapista Daphne, precedente inquilina dell’appartamento? Quale atto di violenza si è consumato tra le pareti di quella casa? E, soprattutto, cosa nasconde Pappel, il bizzarro vicino, che pare così ossessionato da lei? Con l’aiuto di Achim, vecchio amico e compagno di studi, Elsa si ritroverà a dover far luce tra le ombre del passato per scoprire chi sta tessendo i fili di questo diabolico spettacolo, inconsapevole di quanto la catastrofe a cui la follia umana può condurre si stia facendo sempre più vicina.

RECENSIONE

Questo thriller psicologico, angosciante e oscuro, prende il via con un evento che chiunque di noi ha vissuto – o potrebbe vivere – almeno una volta nella vita. Il trasferimento in una nuova città, il trasloco in un appartamento, che in precedenza è stato affittato a un altro inquilino.

Niente di strano, non fosse che Elsa Winter, a Francoforte per superare la crisi della relazione con Pascal, sente che qualcosa non va fin dal principio. Alla sua porta bussano in continuazione uomini, che cercano una certa Daphne, e Pappel, il vicino di casa, è invadente in un modo che la inquieta. Mettici anche la scoperta che tra quelle quattro mura si è consumata ai danni della precedente inquilina un’aggressione, sfociata quasi in omicidio, e il quadro è completo.

Mentre Elsa si mette sulle tracce di Daphne, per cercare di far luce sugli eventi del suo passato, l’autrice disegna in parallelo i tratti delle due figure femminili, la scrittrice – investigatrice e la terapeuta – vittima, sfruttando un punto di vista particolare: lo sguardo morboso e voyeuristico dello stalker Pappel.

In questo romanzo l’indagine psicologica dei personaggi, sottile, quasi chirurgica, si accompagna a una trama avvincente, ricca di inquietudine, che esplode all’improvviso in un’escalation di follia e violenza. L’orrore rompe la banalità del quotidiano, la situazione precipita in un modo che non ti aspetti.

Il tema della violenza contro le donne, drammaticamente attuale, si intreccia nelle pagine della Schwermer con l’analisi dei meccanismi malati della mente e offre spunti di riflessione su un altro argomento, che domina la letteratura tedesca al di là del genere: il tema della colpa.

Nelle ultime pagine del romanzo, Elsa si chiede se il concatenarsi di eventi e coincidenze, che ha condotto la vicenda a un finale drammatico, non sia stato colpa unicamente della sua curiosità e delle sue scelte. La domanda, ovviamente è retorica. La violenza, prima o poi, sarebbe esplosa comunque.

L’interrogativo a cui l’autrice sembra cercare risposta è piuttosto un altro.

Qual è il meccanismo che può trasformare in uno psicopatico una persona qualunque, una persona comune?

Di chi è la colpa della follia?

Di un passato di abusi?

Di una società che emargina invece di includere, che ci lascia soli?

O, forse, semplicemente del caso.


L’AUTORE

Melisa Schwermer, nata nel 1983 a Offenbach, ha studiato germanistica e filosofia. Al momento sta svolgendo il dottorato in Scienze della letteratura e lavora come collaboratrice all’Università. Con il suo racconto breve “Das glitzernde Ding” ha ottenuto il 3° posto dell’Horror-Award Vincent-Preis nel 2014. Nell’agosto 2016 è uscito il thriller “So bitter die Schuld” (Così amara la colpa), rimanendo a lungo al 1° posto della Kindle-Charts e per sei settimane nella classifica BILD-Bestseller. Inoltre, il titolo è stato inserito tra i cinque finalisti dei Kindle-Storyteller-Awards 2016. Anche il sequel “So dunkel die Angst” (Così oscura la paura) ha raggiunto la Top 10 delle Kindle-Charts. Melisa Schwermer vive con il compagno a Rödermark. Oltre alla lettura e alla scrittura, ama la musica rock e punk ed è attiva nell’ambito della tutela degli animali.

Il manoscritto di Chopin

Il Manoscritto di Chopin

Titolo: Il Manoscritto di Chopin

Autore: AA.VV.

Editore: BUR Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2015


SINOSSI

Harold Middleton, un ex investigatore di crimini di guerra, entra in possesso di una partitura di Chopin. Ciò che non sa, però, è che tra quelle note scritte a mano si nasconde un segreto che potrebbe minacciare la vita di milioni di americani. Middleton viaggia dalla Polonia agli Stati Uniti per sciogliere il mistero del manoscritto, viene accusato di omicidio, inseguito dai federali e si trasforma ben presto nell’obiettivo di un temibile assassino. Ma la minaccia più letale proviene dal suo passato: un uomo ritorna nella sua vita, come un’ombra. Un uomo che tutti chiamano Faust.


RECENSIONE

Prendi quattordici autori di thriller di fama internazionale, prendi un maestro del genere come Jeffery Deaver a definire i personaggi, l’ambientazione del romanzo e il suo incipit, poi lascia che la narrazione passi di mano in mano, fino a un epilogo esplosivo (anche questo firmato da Deaver).

Il risultato è una storia complessa e ben congegnata, che si arricchisce capitolo dopo capitolo di nuovi personaggi, intorno alla figura dell’integerrimo Harry Middleton e spostando la vicenda da un punto all’altro del globo. Da Varsavia a Baltimora, da Roma alla Namibia.

Il risultato è un libro godibile, che si legge di un fiato, sospeso tra un passato recente – gli anni della guerra in Kosovo – e il nostro presente, su cui si allunga l’ombra inquietante del terrorismo internazionale. Un romanzo elettrizzante, ricco d’azione, di suspense e di colpi di scena. Forse anche troppi, in un’escalation di morti ammazzati, inseguimenti e personaggi che fanno il doppio gioco.

Il manoscritto di Chopin, d’altra parte, non va letto come semplice bestseller, piuttosto come un esperimento letterario: la realizzazione del primo thriller audio a episodi (iniziativa promossa dall’International Thriller Writer). E allora, in questo senso, il gusto della lettura diventa anche quello di cogliere le differenze di stile tra un autore e l’altro, di apprezzarne la gara sul piano della tecnica di scrittura e dell’inventiva.

Forse Il manoscritto di Chopin non starà alla storia della letteratura come Déjà-vu di Crosby, Stills, Nash e Young sta a alla storia del rock, ma il super gruppo di scrittori guidato da Jeffery Deaver ha sicuramente il merito di aver accettato la sfida e di aver messo il proprio talento a disposizione dell’ITW, per contribuire a dare al genere thriller il giusto riconoscimento.


GLI AUTORI

Ex giornalista ed ex avvocato, Jeffery Deaver ha abbandonato la carriera legale nel 1990, per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Scrittore di romanzi thriller, ha vinto per tre volte l’Ellery Queen Readers Award for Best Short Story of the Year; ha vinto, inoltre, il British Thumping Good Read Award ed è stato più volte finalista all’Edgar Award. Il suo primo romanzo, un horror intitolato Voodoo è del 1988. I tre romanzi successivi, ambientati a New York, affrontano la struttura delle detective stories. Con i protagonisti dei suoi romanzi, Deaver crea dei perfetti thriller contemporanei, in cui la narrazione si svolge secondo il ritmo e la tensione tipici del linguaggio cinematografico. Ha conosciuto il successo internazionale con Il collezionista di ossa, la prima indagine di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, da cui è stato tratto l’omonimo film.

Gli altri quattordici autori che hanno contribuito a Il manoscritto di Chopin sono: Lee Child, David Corbett, Joseph Finder, Jim Fusilli, John Gilstrap, James Grady, David Hewson, John Ramsey Miller, P.J. Parrish, Ralph Pezzullo, S.J. Rozan, Lisa Scottoline, Peter Spiegelman ed Erica Spindler.

Il respiro della marea

Jean Failler - Il respiro della marea

Titolo: Il respiro della marea

Autore: Jean Failler

Editore: TEA

Anno di pubblicazione: 2019


SINOSSI

Tra Lanester e Lorient, due tranquille cittadine sulla costa bretone, al ritirarsi della marea viene ritrovato il cadavere di un vagabondo. Ma è una fine più che scontata, per un uomo notoriamente dedito al bere. L’amministratore di un’azienda è scomparso, ma sono tante le persone che spariscono senza un evidente motivo. Alcuni balordi, infine, hanno rubato un’auto e svaligiato una casa. Ordinaria amministrazione, niente di eccezionale per la sonnolenta routine del commissariato di Lorient. Ma la giovane ispettrice Mary Lester, uscita da poco dalla scuola di polizia, insiste nel voler seguire il proprio istinto e collegare questi avvenimenti, al di là di ogni apparenza. In un ambiente rigorosamente comandato da uomini, riuscirà Mary a convincere i colleghi ad aiutarla nell’indagine e portare a galla la verità?


RECENSIONE

Il respiro della marea è il primo episodio di una fortunata serie di gialli (quaranta romanzi, per un totale di tre milioni di copie vendute), scritti da Jean Failler e ambientati in Bretagna. Il libro, già apparso in Italia nel 2004, con il titolo Omicidio a Lorient, e ora ripubblicato da TEA, rappresenta il debutto sulla scena del romanzo giallo di Mary Lester, tirocinante caparbia, ancora fresca di scuola di polizia.

La storia è piacevole, si fa leggere volentieri. Lo stile di Failler è semplice e delicato. Inoltre l’autore ricorre spesso all’ironia, quell’ironia sfrontata e intelligente da commedia francese, che strappa inevitabilmente un sorriso. Anche l’ambientazione segna un punto a favore di questo giallo: non è la grande metropoli a fare da sfondo alle vicende, ma la sonnolenta e suggestiva costa bretone, le cittadine di Lorient e Lanester, con la loro atmosfera invernale, grigia e piovosa. Il che può essere sicuramente uno stimolo alla curiosità dei lettori.

La trama si dipana in modo lineare, ci sono molti dialoghi e poca azione. Non a caso le indagini di Mary Lester sono state trasformate in Francia in una serie TV di successo. Il lettore è portato a seguire il filo del ragionamento della giovane investigatrice, ostacolata da un ispettore capo misogino e scorbutico, fino ad arrivare a una soluzione abbastanza prevedibile. Il caso sembra concludersi lì, ma per fortuna Mary continua ostinatamente a scavare, svelando il vero finale e risollevando la storia con un colpo di coda.

Il punto debole di questo romanzo risiede forse nella sua brevità, che non consente di approfondire a sufficienza i personaggi. La figura della protagonista ha un potenziale elevato. Se ne intuisce l’acume, la determinazione e l’irriverenza, ma queste caratteristiche rimangono appena accennate.

Manca inoltre qualsiasi riferimento alla sua storia personale, al suo passato, un indizio per invogliare i lettori a conoscerla meglio. E nella stessa maniera sono presentati anche gli altri personaggi, che finiscono per risultare appena abbozzati.

Immagino che, per saperne qualcosa di più, dovremo leggere per forza gli altri libri della serie.


L’AUTORE

Jean Failler, da sempre appassionato di letteratura, ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti a vent’anni, mentre gestiva una pescheria a Quimper. Dopo trent’anni di lavoro con il mare, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alle storie della sua creazione più felice, l’ispettrice di polizia bretone Mary Lester. Superato il quarantesimo episodio, la serie è oggi uno dei maggiori fenomeni best seller della narrativa gialla francese.

Case di vetro

Case di vetro - Louise Penny

Titolo: Case di vetro

Autore: Louise Penny

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2019


SINOSSI

È piena estate a Montréal e Armand Gamache, fresco di nomina a sovrintendente capo della Sûreté du Québec, sta sudando sul banco dei testimoni in un’aula soffocante del Palazzo di Giustizia. Il procuratore capo Barry Zalmanowitz lo sta interrogando su un omicidio avvenuto a Three Pines, l’autunno precedente. Un caso apparentemente semplice, impossibile da perdere. Gamache ripercorre gli eventi a partire dalla festa di Halloween, quando una figura inquietante, con un lungo mantello nero e una maschera sul volto, fa la sua comparsa nel parco del villaggio. All’inizio gli abitanti pensano che sia qualcuno travestito da Darth Vader. Ma la figura non si muove, né parla. Fissa le finestre del bistrot. Quando il procuratore chiede a Gamache chi pensava che fosse la persona mascherata, lui risponde soltanto: “Pensavo che fosse la Morte”. E in un certo senso aveva ragione. Prima che il romanzo si concluda – con un finale inaspettato e sconvolgente – il personaggio nerovestito sarà identificato con il cobrador, un’antica figura spagnola, che seguiva, e con la sua sola presenza intimidiva, chi aveva debiti di coscienza. Intanto l’indagine sull’omicidio, che ha sconvolto Three Pines, finisce per intrecciarsi con la lotta al narcotraffico e con il ruolo inquietante che il tranquillo villaggio ha giocato durante il Proibizionismo.

RECENSIONE

“Three Pines è un paesaggio mentale”, scrive Louise Penny, nella nota conclusiva di Case di vetro. “Si materializza ogni volta che scegliamo la tolleranza al posto dell’odio. La gentilezza al posto della cattiveria. La bontà al posto della prepotenza. Quando scegliamo di avere speranza anziché barricarci nel cinismo. Allora cominciamo a vivere a Three Pines”.

Nell’universo narrativo costruito dall’autrice, Three Pines è un rifugio sicuro. È il calore del bistrot, del camino e di un calice di vino, che attendono chi vaga fuori al freddo, in mezzo al bosco. È la rete di protezione offerta dagli amici, dai familiari. Un micro-mondo rassicurante, di cui fanno parte personaggi eccentrici e meravigliosi, che Louise Penny è capace di distillare, fino a estrarne l’essenza più profonda, con uno stile di scrittura semplice e asciutto.

Come Ruth, la vecchia poetessa pazza, e Rose, la sua papera. La libraia Myrnala pittrice Clara. Olivier e Gabri, i proprietari del B&B. E poi Armand Gamache e la sua famiglia: la moglie Reine-Marie, la figlia Annie, il nipotino Honoré. E, naturalmente, Jean-Guy Beauvoir, suo genero e braccio destro.

Eppure nemmeno Three Pines è impermeabile al male, né alle influenze esterne, e forse è proprio questa consapevolezza a rendere ancora più inquietante la comparsa del cobrador nel parco del villaggio.

Nel luogo dove giocano i bambini, a due passi dal bistrot. Le risate si smorzano, la festa finisce e un presagio di morte aleggia nell’aria.

Se è difficile accettare che nel remoto villaggio di Three Pines abbia avuto luogo un crimine efferato come un omicidio, per Gamache è quasi impossibile credere che la tranquilla cittadina sia il centro nevralgico del narcotraffico canadese, la rotta principale attraverso cui droghe mortali si riversano sul mercato americano. Il tutto con la complicità di politici e poliziotti corrotti.

Ma il talento di Armand Gamache è trovare i criminali, senza fermarsi davanti alle apparenze.

Case di vetro è qualcosa di più di un romanzo avvincente, dalla trama ben congegnata: è un’occasione per riflettere su temi universali, come il tema della coscienza e della responsabilità civile. Allo stesso modo Three Pines non è solo un luogo fisico, ma diventa un simbolo. Il simbolo di quella società che Armand Gamache decide di salvare, anche a costo di mentire, di sacrificare se stesso e la propria carriera, per un bene più alto. Per seguire la propria morale.

L’AUTORE

Louise Penny è nata a Toronto. Ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva, occupandosi di cronaca e current affair, ma è con la scrittura che ha raggiunto il successo. I suoi romanzi sono stati insigniti dei più prestigiosi premi letterari dedicati al genere, dall’Anthony Award al Macavity Award. È l’unica autrice ad aver vinto l’Agatha Award for Best Novel per quattro anni consecutivi. In Italia Piemme ha pubblicato L’inganno della luce nel 2013 e La via di casa nel 2017, entrambi con protagonista l’ispettore Gamache. Nel 2019 esce per Einaudi Case di vetro. Le indagini dell’ispettore Armand Gamache.

Questioni di famiglia

Questioni di famiglia - Anna Grue


Titolo: Questioni di famiglia

Autore: Anna Grue

Editore: Marsilio

Anno: 2019


SINOSSI

Impegnato a contrastare uno stalker che tormenta la sua fidanzata, Dan Sommerdahl – brillante ex pubblicitario che un esaurimento nervoso ha spinto a lasciare una carriera di successo per indossare i panni dell’investigatore privato – viene contattato da un politico in vista che chiede il suo aiuto. Due dei suoi figli sono morti in circostanze poco chiare esattamente ventisette giorni dopo il loro sedicesimo compleanno. Una coincidenza inquietante, e ora che anche Malthe, il terzogenito, sta per compiere sedici anni, l’ansia cresce. Mentre Malthe, insieme ad altri settantamila giovani, si prepara a seguire il leggendario festival rock di Roskilde, per il Detective Calvo comincia il conto alla rovescia.


RECENSIONE

Anna Grue ha uno stile capace di catturare il lettore fin dalle prime righe. La sua scrittura è asciutta, brillante e divertente. Ma non è solo questo. È che la Grue non si perde in fronzoli. L’incipit del romanzo prende per mano il lettore e lo trascina subito su una panchina di Nørrevold, al fianco di Mogens, stalker dell’attrice Kirstine Nydal. Che, caso vuole, sia la nuova compagna di Dan Sommerdahl, noto anche come Detective Calvo.

Come ben sanno gli appassionati della fortunata serie, di cui Questioni di famiglia è il quarto romanzo, Dan Sommerdahl è un investigatore sui generis. Innanzitutto perché ha un altro lavoro, in un’agenzia pubblicitaria. E poi perché ha una vita come tanti, complicata come tanti: due figli adolescenti, un matrimonio in crisi, una relazione con un’altra donna (Kirstine, appunto) e una madre, che vive in un tranquillo sobborgo nello Sjælland.

È proprio a Yderup, in occasione del compleanno di Birgit, che Dan viene avvicinato da Thomas Harskov. Il noto politico ha bisogno del suo aiuto per risolvere senza tanto clamore una delicata questione di famiglia. I primi due figli degli Harskov sonodeceduti entrambi. Apparentemente si è trattato di tragici incidenti, ma c’è un particolare che angoscia i genitori: sia Rolf che Gry sono morti esattamente a sedici anni e ventisette giorni. E Malthe, il più piccolo, avrà presto la stessa età.

Inizia così questo giallo, che scorre fluido e si legge d’un fiato. La storia procede alternando il punto di vista dello stalker, e le vicende amorose di Dan e Kirstine, con l’indagine sulla morte dei figli di Harskov, che il Detective Calvo porta avanti grazie alla collaborazione dell’amico e poliziotto Flemming e della sua squadra. Fino alla soluzione del caso, tra la polvere e la musica del Roskilde, il festival rock più amato dai giovani danesi.

Con questo romanzo Anna Grue si avventura nel mondo degli adolescenti, mettendone in luce con garbo la turbolenza delle emozioni, le incertezze e le contraddizioni. Finisce per esplorarloanche nel linguaggio, attraverso le parole di Malthe. E,naturalmente, lo mette a confronto con le ipocrisie e le debolezze degli adulti, quelli integrati nella società bene, ma anche quelli che ne sono posti ai margini. O quelli che, come Dan, sono adulti senza essere cresciuti del tutto.

Forse c’è più investigazione che azione, ma la trama è accurata e ben congegnata, senza indugiare troppo su scene violente. Nonostante manchi la tensione tipica dei thriller e i colpi di scena siano dosati, c’è da dire che non sono per niente scontati. Ve lo consiglio, quindi, Questioni di famiglia, perché è un bel libro, avvincente, ironico. E ci sono buone probabilità che anche voi, come me, finiate per affezionarvi subito al Detective Calvo.


L’AUTORE

Giornalista e scrittrice, ha raggiunto il successo con la serie del Detective Calvo, di cui Marsilio ha pubblicato i primi tre episodi, Nessuno conosce il mio nome, Il bacio del traditore e L’arte di morire. Dan Sommerdahl è diventato un beniamino del pubblico, celebrato dalla stampa per la sua arguzia e il suo calore. Anna Grue ha tre figli e vive con il marito nei pressi di Copenaghen.