Scrublands Noir

Titolo: Scrublands Noir

Autore: Chris Hammer

Editore: Neri Pozza

Anno di pubblicazione: 2021


SINOSSI

È una rovente giornata estiva a Riversend, una piccola cittadina australiana afflitta dalla siccità, quando Byron Swift, il giovane sacerdote della comunità, esce dalla chiesa imbracciando un fucile da caccia dotato di mirino e spara sui parrocchiani riuniti sul sagrato in attesa della funzione, prima di essere freddato da un colpo di pistola esploso da un agente di polizia. Un anno dopo, Martin Scarsden viene incaricato dal suo giornale, il Sydney Morning Herald, di scrivere un pezzo su Riversend, una sorta di reportage da mandare in stampa il giorno stesso dell’anniversario della strage. L’idea non è di ritornare su un efferato crimine su cui si sono già consumati fiumi di inchiostro, ma di raccontare come vanno le cose in paese a un anno di distanza. Dopo aver incontrato la gente del posto e ascoltato la loro versione dei fatti, Martin si rende però conto che le ragioni di quella strage sono tutt’altro che chiare, e che sia la personalità del sacerdote sia le circostanze in cui ha agito sono tuttora avvolte nell’oscurità. Sebbene abbia ammazzato cinque persone a fucilate, Byron Swift, a detta di tutti in paese, era un uomo sensibile che si prendeva incessantemente cura del prossimo. Certo, le cronache sono piene di bravi cittadini che si rivelano poi folli e feroci assassini. Tuttavia, il giorno della strage il giovane sacerdote era tutt’altro che in preda alla follia. Era calmo, metodico. Ad alcuni aveva sparato e ad altri no, con l’infallibilità di un cecchino. Spinto dal suo istinto di reporter, Martin decide di raccogliere quante più informazioni su Swift e su una vicenda che, tra dubbi, depistaggi e gravi pericoli, si rivela sempre più sfuggente e, per questo, estremamente intrigante. L’inchiesta lo condurrà nelle Scrublands, un’enorme penisola di mulga, una landa desolata dove il clima è ancora più rovente e dove il rinvenimento di altri due corpi rimescolerà tutte le carte in tavola.


RECENSIONE

Prendete un paese sperduto nella regione rurale della Riverina, Australia, affaticato dalla siccità e dal caldo. Un caldo talmente soffocante che basta tenere in mano il romanzo per sudare, un paese decadente, claustrofobico, da cui in tanti sono scappati o vorrebbero farlo.

Prendete un giornalista con un disturbo post traumatico da stress, tormentato dalle sue esperienze di guerra nella Striscia di Gaza, ma abbastanza appassionato per desiderare ancora di connettersi congli eventi, non semplicemente di raccontarli.

Prendete infine l’enigma mai risolto di un giovane sacerdote, Byron Swift, che ha sparato a cinque dei suoi parrocchiani sul sagrato della chiesa, apparentemente senza motivo, prima di essere ucciso dalla polizia.

Scrublands Noir” è un romanzo capace di catturare il lettore e di calarlo fin dalle prime pagine all’interno di una trama ricca di colpi di scena (come, a un certo punto, il ritrovamento del cadavere di due studentesse scomparse poco prima della strage del prete), di intrighi, dubbi, depistaggi e pericoli.

Martin Scarsden è al centro di tutte le macchinazioni della narrazione di Chris Hammer, ma non è solo. È circondato anzi da un cast di personaggi audaci, eccentrici, per certi versi orribili, ma autentici: la libraia Mandalay Blonde, Codger Harris, Harley Snouch, Robbie Haus-Jones, il poliziotto che ha sparato a Swift, pur considerandolo suo amico. Tutti loro hanno un ruolo fondamentale nello svolgimento di questa storia.

Martin si insedia nella vita di Riversend, a poco a poco. I giorni si susseguono tutti uguali, come in un eterno “Giorno della marmotta”: percorre la strada principale, passa davanti al solitario monumento ai caduti, desidera un caffè – e un po’ d’amore – da Mandalay. Eppure, sotto la superficie immota, pacifica, il paese è inondato di correnti sotterranee e mortali.

Più Martin scava a fondo, più corre il rischio di scoprire segreti che è meglio lasciar dormireindisturbati, ritrovandosi inconsapevolmente sotto i riflettori del circo mediatico e notizia lui stesso.

A proposito, la rappresentazione che Chris Hammer fa dell’orda di giornalisti affamati di scoop, narcisisti e senza scrupoli è perfetta, come ci si può aspettare da un autore che in precedenza è statogiornalista a sua volta.

Sorretto da un ritmo serrato e dalla prosa potente dell’autore, dalla sua capacità di perdersi nei dettagli senza annoiare e dall’empatia che sembra connetterlo con i suoi personaggi, “Scrublands Noir” è un thriller originale, avvincente ai limiti dell’inquietudine, che lascia col fiato sospeso fino alla fine.


L’AUTORE

Chris Hammer ha conseguito una laurea in giornalismo presso la Charles Sturt University e un master in relazioni internazionali presso l’Australian National University. Tra le sue opere si segnalano i romanzi Trust (2020), Silver (2019) e saggi quali The River (2010) e The Coast (2012). Vive a Canberra, Australia.

Biancaneve nel Novecento

Titolo: Biancaneve nel Novecento

Autore: Marilù Oliva

Editore: Solferino

Anno di pubblicazione: 2021


SINOSSI

Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l’alcol e con l’amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un’aria densa di conflitti e di un’inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla.  Bianca attraversa così i suoi primi vent’anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell’adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l’eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l’autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l’alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo?  È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.


RECENSIONE

Biancaneve nel Novecento è un romanzo potente. È un romanzo emozionante, profondo. Una storia di grande umanità, in cui è facile affezionarsi ai personaggi, perché è l’autrice per prima a provare per loro empatia. Nessuna meraviglia che sia tra i candidati al Premio Strega.

La narrazione procede attraverso l’alternanza tra due voci: da un lato c’è Bianca, prima bambina, poi adolescente, dall’altro c’è Lili, un’anziana signora sopravvissuta al campo di Buchenwald. Chehanno in comune la storia di una bimba che nel 1980 ha quattro anni, con quella di una donna che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del nazismo?

Innanzitutto la sofferenza, una ferita che si allarga come una macchia, a poco a poco.

Per Bianca è il senso dell’abbandono, il sentirsi rifiutata dalla madre e testimone impotente di conflitti che minano la serenità familiare in uno stillicidio quotidiano, la sua consapevolezza di essere diversa, la costante sensazione di inadeguatezza che l’accompagna durante la crescita.

Per Lili è il ricordo doloroso e indelebile degli eventi di cui è stata vittima, lei come tante giovani deportate. Il senso di colpa per essere sopravvissuta, le umiliazioni patite, i segni che porta sul corpo e nella mente, e che finiscono per deteriorare i rapporti con gli affetti più cari.

Noi siamo quello che la vita ha combinato o meno coi nostri incontri”, scrive Marilù Oliva, “con le nostre emozioni e con i vuoti, con le nostre speranze, con le nostre fobie e con i nostri guai. Nessuno può sfuggire.”

Non potrebbe essere più vero.

Sullo sfondo delle vicende personali di queste due donne, che pur così diverse sono allo stesso tempo tanto simili, c’è la Storia. Quella con la “S” maiuscola. La Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto, che Lili ha vissuto sulla propria pelle, ma non solo. C’è anche tanta storia degli ultimi vent’anni del Novecento. La strage di Ustica e quella alla stazione di Bologna, o il terremoto dell’Irpinia sono solo alcuni degli eventi che segnano come tappe la vita di Bianca.

Attraverso una scrittura vivida e con cruda delicatezza, l’autrice ci consegna un messaggio importante: se è vero che il male finisce per generare altro male, un modo per interrompere la spirale del dolore esiste. E sta nella capacità di riflettere sui propri errori, nel correggere il tiro, nel non lasciarsi sopraffare dalle tragedie, nel provare compassione verso gli altri. Nel curare, per quanto possibile, le loro ferite.

Bianca e Lili sono, a loro modo, eroine del tempo a cui appartengono. Che è anche il nostro. Come le loro strade si incroceranno, lo scoprirete solo leggendo il romanzo.


L’AUTORE

Marilù Oliva è scrittrice, saggista e docente di lettere. Ha scritto due thriller e numerosi romanzi di successo a sfondo giallo e noir. Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi, e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Il suo libro più recente è L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (Solferino 2020).

Atlante freddo

Titolo: Atlante freddo

Autore: Luigi Bernardi

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Chiara è magrissima, ha un’aria buffa, calza degli zoccoli e porta lunghi capelli scuri che contrastano col suo nome. Ogni tanto le sembra di incepparsi mentre i pensieri scorrono fuori sincrono. Per crescere ha solo la scuola della strada e le lezioni che le impartirà un destino beffardo. Da Bari a Torino, passando per Bologna, la trilogia Atlante freddo è un racconto di formazione in nero, un “giro d’Italia” da Sudest a Nordovest scandito da fughe rocambolesche, incontri sorprendenti e perdite che fanno malissimo. Così Chiara viene coinvolta nel piano di Vincenzino, che per scalare le gerarchie criminali è pronto a tutto: anche a rapire la figlia di un boss. A Bologna, la ragazza dovrà sopravvivere a una notte di sangue che travolgerà le esistenze di un gruppo di venditori ambulanti al soldo di uno sfruttatore senza scrupoli. A Torino si troverà in mezzo al regolamento di conti tra alcuni reduci della lotta armata e Abdellah, il ras che controlla il racket di phonecenter per immigrati. Editore dal fiuto eccezionale, acuto esploratore della cultura di massa e ispiratore del “nuovo poliziesco italiano”, Luigi Bernardi mette in scena una schiera di sconfitti senza speranza, di outsider della malavita e marginali che popolano le ombre delle città. Racconta l’Italia di fine anni Novanta tracciando la mappa del Paese come se fosse il referto di un’autopsia, il crudo esame di un corpo ormai gelido. Al termine della corsa, l’unica vittoria possibile non è arrivare per primi al traguardo, bensì rimanere in piedi.


RECENSIONE

Chiara non ha ancora compiuto diciott’anni. È un’adolescente selvatica, con un’infanzia complicata alle spalle, capelli scuri, sempre fuori posto, e un nome che non le assomiglia. Chiara ha un’espressione buffa, pensieri che si aggrovigliano spesso e volentieri, e non trova mai le parole giuste. Le cose Chiara non le vede sempre nitide, a volte deve strizzare gli occhi e stropicciarli forte, ma le vede. E le vuole vedere.

È il suo sguardo, non per niente, a fare da filo conduttore in questa appassionante trilogia di Luigi Bernardi, pubblicata in un unico volume nel 2006 e riedita da Rizzoli alla fine del 2020.

Atlante freddo è tante cose. È un road movie, che ha inizio nelle strade di Bari con Vittima facile, si sposta sotto i portici di Bologna in Rosa piccola e approda a Torino con Musica finita. Uno spaccato d’Italia, quella della fine degli anni Novanta, i cui i figli devono fare i conti con un mondo in cui gli ex leader del Sessantotto “hanno il dito premuto sulle armi di guerra, oppure tirano le fila del più becero intrattenimento televisivo” e il Settantasette, aprendo la strada al disimpegno, è stato una sconfitta anche peggiore.

Atlante freddo è un romanzo di formazione a tinte fosche, un racconto di vagabondaggi, fughe rocambolesche e incontri casuali che finiscono quasi sempre male. Chiara vuole crescere, inventarsi la vita, camminare con le proprie gambe. Ma a che prezzo? Le perdite sono tante e tali, che la protagonista si convince a un certo punto di portare sfortuna a tutti quelli a cui vuole bene. La sua maturazione sembra insomma destinata a lasciarsi alle spalle una scia di sangue irredimibile.

Atlante freddo è infine un romanzo sociale, psicologico, il cui valore aggiunto sta nei suoi personaggi, criminali e non, ma tutti umani e, a modo loro, poetici. A volte completamente innocenti, difficilmente solo colpevoli, inevitabilmente vittime, di cui l’autore racconta le storie insinuando senza mai giudicare.

Nel mondo raccontato da Luigi Bernardi vivere è faticoso e l’unica vittoria possibile è non mollare. Come Balmamion, il ciclista intrappolato nella pallina-feticcio di Chiara, che ha conquistato due Giri d’Italia consecutivi, senza mai tagliare il traguardo per primo.


L’AUTORE

Luigi Bernardi (1953–2013) è stato editore, scrittore, saggista, traduttore. Ha creato case editrici, diretto collane e fondato riviste che hanno fatto la storia del fumetto e del poliziesco in Italia. È autore di diversi libri tra cui A sangue caldo. Criminalità, mass media e politica in ItaliaMacchie di rossoBologna avanti e oltre il delitto AlinoviIl male stanco. Alcuni omicidi quotidiani e quello che ci dicono, la trilogia criminale Atlante freddoCrepe e L’intruso.

La focena

Titolo: La focena

Autore: Mark Haddon

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

La vita di Angelica è segnata da un evento sconvolgente ancor prima della sua nascita: Maja, la bellissima attrice scandinava che era sua madre, l’ha data alla luce in extremis dopo un disastroso incidente aereo di cui è rimasta vittima. Suo padre Philippe, facoltoso e spensierato, si è ritrovato così a doversi occupare da solo di una bambina che ogni istante gli ricorda l’amata moglie scomparsa. È l’ultima cosa che avrebbe desiderato, e l’unico modo che trova per farlo è legarsi indissolubilmente – e morbosamente – alla figlia.  Angelica non conosce altro affetto e non si ribella mai al padre, anche se forse intuisce che nell’isolamento del loro ménage familiare c’è qualcosa di malsano e spaventoso. E lo intuisce senz’altro anche Darius, un giovane intraprendente che si reca ad Antioch, la gigantesca residenza di padre e figlia nella campagna inglese, per vendere a Philippe alcune opere d’arte. Quando Angelica lo incontra, in lei si accende la speranza che finalmente uno di quegli eroi mitologici di cui legge tanto avidamente le gesta sia saltato fuori dai suoi libri per venire a salvarla. È a questo punto che la situazione prende una piega inaspettata e Darius è costretto a una fuga rocambolesca per non soccombere. Ad aiutarlo, tre giovani avventurieri, Helena, Marlena e Anton, che gli offrono l’opportunità di imbarcarsi con loro sulla Focena, una magnifica goletta diretta verso sud. Ed è nelle acque del Mediterraneo che la sua rotta incrocia quella di Pericle, principe di Tiro, impegnato a tenersi lontano dalle minacce e dai fantasmi del passato e del futuro.


RECENSIONE

È avvincente come un thriller, emozionante come un romanzo d’avventura, fantasioso come una fiaba, l’ultimo libro di Mark Haddon, autore reso celebre dal best seller Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte.

L’incipit de La Focena è un pugno allo stomaco. Prima ancora di rendertene conto, ti trovi catapultato a bordo di un aereo privato che precipita su una fattoria, nella provincia francese. Muore il pilota, decapitato. Muoiono suo figlio e l’altra passeggera, una famosa attrice svedese, al nono mese di gravidanza.

L’unica a salvarsi è proprio la bambina di lei, Angelica.

Il romanzo prosegue raccontando le vicende di questa ragazza e del rapporto morboso con suo padre Philippe, un uomo d’affari oscuro e solitario. Che, mentre piange la defunta moglie, si convince di “amare” la figlia, al punto di abusare di lei fin da piccola.

A poco a poco, però, il fantastico s’insinua nella quotidianità claustrofobica e torbida in cui Angelica è suo malgrado imprigionata, trasformandola in un’avventura che rivisita il mito classico di Apollonio (meglio conosciuto come Pericle, grazie a Shakespeare) e di come rischia la morte peraver rivelato la relazione incestuosa tra il re di Antiochia e sua figlia.

Ci vuole un po’ per capire che è la stessa Angelica a raccontare questa storia a se stessa, dopo che sfuma – in modo tragico – la possibilità di essere salvata da Darius, giovane ricco e carismatico, figlio di un amico di Philippe.

Nel labile confine tra sogno e realtà, con una delicatezza eccezionale e un ritmo che non lascia il tempo di prendere fiato, Mark Haddon ci accompagna in un viaggio intenso, destabilizzante: l’esperienza di una donna che combatte e ostinatamente resiste agli attacchi al suo corpo, trovando consolazione nella letteratura, usando come arma la fantasia.


L’AUTORE

Mark Haddon è nato nel 1962. Vive a Oxford. Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte (2003, 2005 e 2014), Una cosa da nulla (2006), Boom! (2009 e 2011), La casa rossa (2012), l’antologia di racconti I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura (2017), nonché la raccolta di poesie Il cavallo parlante e la ragazza triste e il villaggio sotto il mare (2005). La Focena (2020) è stato annoverato tra i migliori libri dell’anno da «The Guardian», «The Washington Post», «Star Tribune», ed è arrivato finalista al Goldsmiths Prize 2019.

Un uomo migliore

Titolo: Un uomo migliore

Autore: Louise Penny

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Nel mezzo di una delle peggiori alluvioni della storia del Québec, una giovane donna scompare di casa. Con le piogge che infuriano le ricerche andrebbero interrotte ma Armand Gamache si ritrova attanagliato da una domanda: cosa faresti se l’assassino di tua figlia girasse a piede libero? Mentre Three Pines è travolta da piogge e inondazioni senza precedenti, Armand Gamache, in procinto di tornare a capo della Sûreté du Québec dopo essere stato sospeso, deve gestire una duplice emergenza: quella meteorologica, con fiumi in piena e dighe che rischiano di cedere in tutta la zona; e quella legata all’improvvisa sparizione di una ragazza, Vivienne Godin. Ha venticinque anni, è incinta e tra i sospettati della sua scomparsa c’è il marito violento e alcolizzato. Ma con i media che attaccano Gamache per la gestione della calamità e lo stato di allerta nella provincia, le indagini procedono a rilento. Eppure Gamache, che ha una figlia della stessa età di Vivienne, non può fare a meno di immedesimarsi nel padre, soprattutto perché qualcosa lo porta a credere che si tratti di omicidio.


RECENSIONE

Lo ha fatto ancora. Con Un uomo migliore Louise Penny ha regalato di nuovo ai suoi lettori un romanzo avvincente, originale e ricco di colpi di scena. Un romanzo che, in un certo senso, è anche un libro di transizione per i suoi personaggi principali.

Da un lato, c’è Jean-Guy Beauvoir, che ne ha abbastanza del suo lavoro nella Sûreté de Québec e si sta per trasferire a Parigi con la famiglia; dall’altro, c’è Armand Gamache, suo suocero, che torna in servizio dopo i mesi più difficili della sua carriera, demansionato.

Con il medesimo ruolo di ispettore capo della Omicidi, i due si trovano a indagare fianco a fianco,per l’ultima volta, su un caso di violenza domestica che non può lasciarli indifferenti: la sparizione di Vivienne Godin, una donna giovane, incinta, che ha pressappoco l’età della moglie di Jean-Guy/figlia di Armand.

Armand e Jean-Guy non sono tuttavia gli unici personaggi a trovarsi a un bivio. C’è anche Clara, la pittrice, che, proprio come Gamache, sta affrontando dure critiche al suo lavoro sui social media. Non solo. L’intera comunità di Three Pines è minacciata da un’alluvione, che si preannuncia catastrofica.

Riusciranno a sopravvivere tutti quanti?

Sapranno cogliere l’opportunità di mettersi in gioco che la crisi comporta?

Ne usciranno sconfitti o migliori?

Siamo sicuri che i fan di Three Pines si godranno fino all’ultima pagina questo nuovo episodio e l’indiscutibile capacità della Penny di descrivere tanto i personaggi, riannodando i fili dei romanzi precedenti, quanto la profondità delle emozioni umane e la suggestione dei paesaggi del Québec.

La sensazione, arrivati in fondo al romanzo, è la stessa che abbiamo avuto leggendo Il regno delle ombre: immergersi nell’universo narrativo di Louise Penny è come trascorrere un po’ di tempo con cari, vecchi amici. Che, una volta salutati, non vediamo l’ora di incontrare di nuovo.


L’AUTORE

Louise Penny, nata a Toronto, vive in un piccolo villaggio a sud di Montréal. Oltre ad aver vinto sette Agatha Awards per il miglior crime dell’anno, le è stato assegnato The Order of Canada nel 2014 e l’Ordre National du Québec nel 2017. È autrice di quindici romanzi con protagonista il commissario Armand Gamache, tutti di prossima uscita per Einaudi Stile Libero, che della serie ha già pubblicato Case di vetro (2019), Il regno delle ombre (2020) e Un uomo migliore (2020). Penny è pubblicata in ventisei Paesi e ha venduto milioni di copie nel mondo.

Velocemente da nessuna parte

Titolo: Velocemente da nessuna parte

Autore: Grazia Verasani

Editore: Marsilio

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Giorgia Cantini ha un’agenzia investigativa a Bologna. In genere si occupa di banali pedinamenti per coniugi o fidanzati gelosi, ma stavolta le è stato affidato un caso di sparizione. Dora vuole sapere cosa è accaduto all’amica Vanessa Liverani, per tutti Van, madre di un bambino di dieci anni, Willy. Van è una giovane prostituta che conduce una vita solitaria ed è sparita senza lasciare traccia. Ma il suo corpo senza vita viene presto ritrovato nella Grotta delle Fate e Giorgia, per scoprire la verità, si concentra sulle confessioni che la donna ha affidato a un quaderno. Si addentra così nell’ipocrita realtà della Bologna bene, e si scontra con le dinamiche di una famiglia dal passato ingombrante. Nel continuo andirivieni tra una Bologna afosa e deserta e Sasso Marconi, dove abitano i parenti più stretti di Van, Giorgia si confronta con la madre Lena, una donna dura, dai modi spicci, e con il nonno Rolando, ex partigiano che si prende cura del piccolo Willy. Resta sullo sfondo invece il padre di Van, su cui grava ancora l’ombra di un delitto passionale commesso anni prima. Giorgia dovrà cogliere le sfumature emotive e captare i segni di una tragedia familiare, riportando alla luce un’atroce verità le cui conseguenze peseranno immancabilmente sugli elementi più fragili della storia.


RECENSIONE

Pubblicato nel 2006 e riproposto oggi da Marsilio in formato digitale, Velocemente, da nessuna parte è il secondo romanzo di Grazia Verasani, dopo il successo ottenuto con Quo vadis, baby? (da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film), il secondo che ha per protagonista l’investigatrice privata Giorgia Cantini.

Al di là del plot narrativo solido e avvincente, che vede la Cantini alle prese con la scomparsa (poi omicidio) di “Van”, prostituta d’alto bordo per la “Bologna bene”, con un figlio di dieci anni e un quaderno di poesie nascosto sotto il cuscino, gli ingredienti del fortunato esordio dell’autrice sono presenti anche in questo noir.

Lo stile è immediato e va dritto al cuore del lettore, grazie alla narrazione in prima persona, l’atmosfera è cupa e malinconica, e non mancano le tante (sfiziose) citazioni musicali, dai CAN ai Damned. A cominciare dal titolo del libro, che deriva dalla canzone “Nowhere Fast”, un pezzo degli Smiths. D’altra parte, Grazia Verasani condivide con la sua protagonista la stessa passione per la musica.

Chi, nel leggere l’esordio dell’autrice, si è affezionato a Giorgia Cantini sarà felice di ritrovare in questo romanzo tutti i tratti che la caratterizzano. Quarant’anni, single, la sigaretta perennemente tra le labbra, Giorgia gira per le strade di Bologna a bordo di una vecchia utilitaria, nel tentativo di trovare po’ di tregua dalla solitudine e dal ricordo di sua sorella Ada.

Tra il conforto dell’alcol e di pochi, selezionatissimi affetti – come “Mel”, l’amico di sempre, o Johnny Riva, ex attore porno, ora suo vicino di casa – Giorgia cerca di risolvere il caso e di fare allo stesso tempo i conti con i suoi irrisolti, mentre l’autrice ci spinge a riflettere su quello che è il tema centrale del romanzo: il bisogno, umanissimo, di fuggire verso un’esistenza diversa.


L’AUTORE

Grazia Verasani (Bologna, 1964) ha esordito giovanissima con alcuni racconti apparsi su Il manifesto. Oltre a Quo vadis, baby? – da cui nel 2005 è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores e nel 2008 una serie tv prodotta da Sky – e agli altri libri della serie con protagonista l’investigatrice Giorgia Cantini (l’ultimo dei quali è Come la pioggia sul cellofan , uscito nel 2020 per Marsilio) ha pubblicato L’amore è un bar sempre aperto (Fernandel 1999), Fuck me mon amour (Fernandel 2001), Tracce del tuo passaggio (Fernandel 2002), From Medea (Sironi 2004), da cui nel 2012 è stato realizzato il film Maternity Blues di Fabrizio Cattani, Tutto il freddo che ho preso (Feltrinelli 2008), Vuoto d’aria (Transeuropa 2010), Accordi minori (Gallucci 2013), Mare d’inverno (Giunti 2014), Lettera a Dina (Giunti 2016) e La vita com’è (La nave di Teseo 2017). I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti, Russia.

Io sono il castigo

Titolo: Io sono il castigo

Autore: Giancarlo De Cataldo

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Un tipo eccentrico, così viene definito da chi lo conosce, il PM Manrico Spinori della Rocca, Rick per gli amici, gentiluomo di antiche origini nobiliari, affascinante, un po’ donnaiolo e con una madre ludopatica. Ma anche i più scettici devono fare i conti con la statistica: nel suo mestiere è bravissimo. In più non perde mai la calma, cosa che gli torna utilissima quando si trova a indagare sulla morte di Ciuffo d’oro, famoso cantante pop degli anni Sessanta poi diventato potente guru dell’industria discografica. Subito era parso un incidente stradale, ma non è così: qualcuno lo ha ucciso. Del resto, alla vittima, i nemici non mancavano, per il movente c’è solo da scegliere. Rick, coadiuvato dalla sua squadra investigativa tutta al femminile, si mette dunque al lavoro. E fra serate musicali, vagabondaggi in una Roma barocca e popolana, cene grottesche con aristocratici incartapecoriti, arriverà ancora una volta alla soluzione del mistero.


RECENSIONE

Il secondo atto si spense nel silenzio. Finalmente partì l’applauso. L’uomo dai capelli grigi si alzò e si diresse verso il foyer per un calice di vino. In quel momento gli vibrò il cellulare. Lesse il messaggio, sospirò, e scuotendo la testa uscì dall’edificio, avviandosi al vicino parcheggio di taxi. Il suo nome era Manrico Spinori, sostituto procuratore della Repubblica in Roma. Quel mercoledì era di turno ed era stato convocato in ben altro teatro.

È in questo modo che entra in scena Manrico “Rick” Spinori, protagonista della serie uscita dalla penna di De Cataldo, di cui “Io sono il castigo” rappresenta il primo, avvincente, episodio.

Impossibile non rimanere affascinati dal “Contino” (così è detto il magistrato per via delle sue origini aristocratiche). Manrico è un uomo d’altri tempi, dall’animo mite, gentile, incline all’ascolto, alla riflessione e all’ironia, appassionato di whiskey torbato e di opera lirica.

È proprio attraverso la lirica che Spinori tende a cercare la chiave per interpretare la realtà, dalle relazioni interpersonali alle dinamiche dei delitti. Non farà eccezione l’omicidio di Ciuffo d’Oro, star della musica italiana degli anni ’60, su cui i media si gettano come avvoltoi.

Indaga insieme a Manrico una squadra investigativa tutta al femminile, di cui fa parte anche la new entry Deborah Cianchetti, ispettore dal carattere tanto spinoso, impulsivo ed esuberante, da risultare, almeno in apparenza, inconciliabile con la calma e la prudenza con cui il magistrato conduce l’indagine.

Eppure, tra cantonate e false piste, la reale natura della vittima finisce per venire a galla, e ben poco ha a che spartire con l’immagine pubblica che Ciuffo d’Oro si è costruito. La verità, come negli altri casi che Spinori ha risolto, gli sarà suggerita dai versi di un’opera.

Se già conoscete De Cataldo, possiamo dirvi soltanto che questo romanzo non vi deluderà. Non vediamo l’ora di leggere il secondo episodio.


L’AUTORE

Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), è magistrato, drammaturgo, sceneggiatore. Ha scritto molti romanzi (il più noto è di certo Romanzo criminale, edito nel 2002 per Einaudi e vincitore l’anno successivo del Premio Scerbanenco: da questo libro Michele Placido ha tratto un celebre film, seguito poi da una serie TV), sceneggiature per cinema e televisione e testi teatrali. Collabora a quotidiani e a riviste come, tra le altre, «la Repubblica», «Il Messaggero», «L’Unità» e «Corriere della Sera Magazine». Nel giugno del 2007 esce nelle librerie Nelle mani giuste, ideale seguito di Romanzo criminale, ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica; i due libri hanno alcuni personaggi in comune. Nel 2009 esce per Einaudi La forma della paura, scritto a quattro mani con Rafele Mimmo. Dell’anno successivo è Il padre e lo straniero, sempre per Einaudi. Nel 2012 esce Io sono il Libanese, e nel 2013 De Cataldo firma con Gianrico Carofiglio e Massimo Carlotto un volume di racconti intitolato Cocaina, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Sempre del 2013 è Suburra (Einaudi), di cui è autore insieme a Carlo Bonini. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: I semi del male (Rizzoli 2014), Nell’ombra e nella luce (Einaudi 2014), Alba nera (Rizzoli 2019 Quasi per caso) e (Mondadori 2019).

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti

Titolo: Guida il tuo carro sulle ossa dei morti

Autore: Olga Tokarczuk

Editore: Bompiani

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Janina Duszejko, insegnante d’inglese e appassionata delle poesie di William Blake, è un’eccentrica sessantenne che preferisce la compagnia degli animali a quella degli uomini e crede nell’astronomia come strumento per porre ordine nel caos della vita. Quando alcuni cacciatori vengono trovati morti nei dintorni del suo villaggio, Janina si tuffa nelle indagini, convinta com’è che di omicidi si tratti. Con la sua prosa precisa e pungente Olga Tokarczuk ricorre ai modi del noir classico per virare verso il thriller esistenziale e affrontare temi come la follia, il femminismo, l’ingiustizia verso gli emarginati, i diritti degli animali: surreale, acuto, melanconico, sconcertante, il suo romanzo interroga il presente anche quando sembra parlare di tutt’altro.


RECENSIONE

Un’anziana insegnante, Janina Duszejko, animalista convinta e appassionata di astrologia. Un villaggio sperduto in mezzo ai boschi nei Sudeti orientali, a due passi dal confine ceco. Una serie di morti sospette. Sono questi gli elementi che Olga Tokarczuk, Premio Nobel per la Letteratura, dispone sul piatto.

Uscito in Polonia nel 2009, “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” mescola in modo per nulla scontato l’atmosfera delle fiabe gotiche alla forma del noir e alla tensione del thriller, sempre più drammatica man mano che la vicenda si avvia verso la sua conclusione.

Il punto di vista è quello della protagonista: è lei a dare nomi nuovi a cose e persone (a partire dai suoi vicini, “Piede Grande” e “Bietolone”), è lei a credere agli astri ed è sempre lei a sospettare che gli omicidi siano una vendetta degli animali. Animali che, in questo romanzo, sono scritti con la lettera maiuscola, assieme ad emozioni e sentimenti, proprio come faceva William Blake, il poeta che Janina traduce assieme al suo studente (e a cui il titolo stesso del libro è debitore).

Attraverso lo sguardo ingenuo e fantasioso di Janina, attraverso il confronto tra la sua visione anticonvenzionale, e la realtà, dura, violenta, il lettore è spinto a riflettere sui temi universali che questo romanzo affronta: la ricerca del senso della vita, la necessità di superare le apparenze per conoscere gli altri, la responsabilità dell’uomo nei confronti della natura e degli animali, il rapporto tra determinismo e libero arbitrio.

E ancora: esiste un ordine delle cose?

Ci è dato scoprirlo?

L’uomo è in grado di percepire con chiarezza la realtà e il senso degli eventi?

La risposta la Tokarczuk ce la dà attraverso le parole del suo personaggio:

Ritengo infatti che la psiche umana sia nata per tutelarci dal vedere la verità. Per non consentirci di scorgerne direttamente il meccanismo. La psiche è il nostro sistema di difesa: si adopera per non farci mai comprendere ciò che ci circonda. Si occupa principalmente di filtrare le informazioni, sebbene le possibilità del nostro cervello siano enormi. Perché quel sapere non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza.


L’AUTORE

Olga Tokarczuk è nata nel 1962 e ha studiato psicologia a Varsavia. È scrittrice e poetessa tra le più acclamate della Polonia e la sua opera è stata tradotta in trenta paesi. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2018 “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Il romanzo I vagabondi le è valso il Man Booker International Prize 2018 ed è stato finalista al National Book Award. È stata di nuovo finalista al Man Booker International Prize nel 2019 proprio con Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, uscito in Polonia nel 2009.

Le unghie rosse di Alina

Titolo: Le unghie rosse di Alina

Autore: Christine Von Borries

Editore: Giunti

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Un nuovo mistero da risolvere per le quattro inseparabili amiche Valeria Parri, pubblico ministero alla Procura di Firenze; Erika Martini, ispettore di polizia; Giulia Gori, giornalista; Monica Giusti, commercialista. Nelle acque di un torrente, alla periferia di Firenze, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna, dai lunghi capelli biondi e dalle unghie laccate di rosso. Di lì a breve si scoprirà che la vittima è una prostituta ucraina, Alina. Ma quello che potrebbe sembrare il gesto di un balordo porterà gradualmente alla luce una vicenda molto più complessa, che affonda le radici nella Firenze altolocata, disposta a tutto pur di soddisfare i desideri più urgenti: come quello di avere un figlio, a ogni costo. E tra una cena, un aperitivo e una serata a teatro, le quattro amiche non solo dipaneranno la fitta trama di intrecci sentimentali, tradimenti e tensioni familiari che movimentano le loro vite, ma riusciranno a mettere insieme i vari tasselli del mosaico che ruota intorno alla morte di Alina. Tutto questo grazie a un’arma in più, l’unica veramente efficace: la complicità e la solidarietà femminile che le tiene unite da tanti anni.


RECENSIONE

C’era questo di bello nelle chiacchiere tra amici: per un po’ vivevi anche le vite degli altri, osserva la voce narrante durante una cena, uno dei tanti appuntamenti in cui le quattro amiche, le protagoniste del romanzo di Christine Von Borries, si incontrano.

Eppure, a un certo punto, le loro vite in apparenza tanto diverse – ciascuna alle prese con i problemi della propria quotidianità, tra relazioni sentimentali più o meno felici, più o meno stabili, tra figli e carriera – tendono inevitabilmente a convergere nell’indagine sull’omicidio della prostituta Alina Koshenko.

L’intreccio classico del romanzo crime, ricco di suspense e colpi di scena, si mescola così alla delicata narrazione di uno dei legami affettivi più potenti: l’amicizia. Affini tra loro per ideali e visione del mondo, Valeria, Monica, Giulia e Erika si sostengono infatti a vicenda per tutta la durata dell’indagine, correndo in aiuto l’una dell’altra, a rischio di mettere in pericolo la propria vita.

Particolare e di grande attualità è pure il tema affrontato nel romanzo, un argomento non semplice, che è tuttora oggetto di dibattito: l’inseminazione eterologa. Ecco allora che la narrazione poliziesca diventa spunto per una riflessione più ampia sul significato della maternità nella nostra società.

Fino a che punto è giusto spingersi per realizzare il desiderio di avere un figlio?

Quali sono i potenziali rischi del voler realizzare questo sogno a tutti i costi, in un mercato globale, in cui tutto ha un prezzo e può diventare merce?

Può l’adozione diventare una scelta d’amore e non solo un ripiego?

La risposta, lo sappiamo, non si trova tra le pagine di un romanzo, ma un romanzo può senz’altro aiutare a porci le domande giuste.

E questo è Le unghie rosse di Alina : una storia che, attraverso lo sguardo delle sue protagoniste (e dell’autrice), ci spinge a riflettere sull’amore, sugli affetti, sul senso e la responsabilità che dare la vita comporta.


L’AUTORE

Madre italiana e padre tedesco, Christine Von Borries nasce a Barcellona nel 1965. Dopo la laurea in giurisprudenza vince il concorso in magistratura e lavora come pubblico ministero ad Alba, Prato, Palermo e dal 2005 a Firenze. Ha pubblicato con Guanda Fuga di Notizie Una verità o l’altra. Per Giunti è uscito il primo romanzo con protagoniste le quattro amiche fiorentine, A noi donne basta uno sguardo.

Il fantasma dei fatti

Titolo: Il fantasma dei fatti

Autore: Bruno Arpaia

Editore: Guanda

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Vi hanno mandato loro? chiede Tom il Greco ai due sconosciuti che bussano alla porta della sua casa di vacanza in Québec. “Loro” sono gli uomini della Cia, l’Agenzia che Thomas Karamessines, detto il Greco, ha servito per tutta la vita. C’era proprio lui, infatti, a capo della stazione di Roma quando, tra il 1961 e il 1963, con la morte di Mario Tchou, l’attentato a Enrico Mattei, le incriminazioni e le condanne di Felice Ippolito e di Domenico Marotta, l’Italia perdeva di colpo ogni competitività in campo scientifico, politico ed energetico, avviandosi verso il declino attuale. Una semplice coincidenza? O dietro quel punto di svolta così drammatico per il nostro paese si nascondeva la longa manus della Cia e di Tom il Greco? Dopo l’Italia, una lunga carriera avrebbe portato Karamessines a giocare un ruolo anche nei misteri più bui della politica internazionale, dall’assassinio di Kennedy alla cattura di Che Guevara e al golpe in Cile. Ci sono, però, intrighi e segreti di stato che nemmeno gli uomini più scaltri riescono a tenere sotto controllo. Segreti che, in ore estreme, quando quei due sconosciuti bussano alla sua porta, non ha più senso nascondere. A partire da questa figura sfuggente, l’ossessione di un protagonista che ha lo stesso nome dell’autore si trasforma in una lunga indagine, e in un romanzo che intreccia i “fatti” con le zone oscure degli eventi, illuminate dall’immaginazione. Perché, come sostiene Sciascia, non sono tanto i fatti quanto “i fantasmi dei fatti” a costituire la vera materia della letteratura.


RECENSIONE

Le uniche storie che vale la pena di raccontare sono quelle che non possono essere raccontate.

È questo che dice a Bruno Arpaia l’amico Pietro Greco, quando, al Caffè Gambrinus, lo incoraggia a scrivere il romanzo sui fatti di cronaca che hanno segnato la storia italiana dei primi anni Sessanta, decretando di fatto l’arrestarsi della ricerca in ambito tecnologico ed energetico del nostro Paese.

Parliamo della morte misteriosa di Mario Tchou, ingegnere e collaboratore di Adriano Olivetti, e di quella di Enrico Mattei, fondatore di ENI; parliamo dei clamorosi arresti di Felice Ippolito e Domenico Marotta, rispettivamente Segretario generale del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare e direttore dell’Istituto Superiore di Sanità.

In bilico tra l’inchiesta giornalistica e la spy story, aggiungendo pure qualche sfumatura autobiografica, Arpaia dà alla luce un bellissimo metaromanzo, in cui il piano della narrazione si sovrappone al racconto del mestiere dello scrittore, che a quella storia sta lavorando.

Il fantasma dei fatti si sviluppa su due piani temporali. Da un lato, c’è il presente, dove Arpaia cerca faticosamente di documentarsi, alternando l’ossessione che ha di trovare il bandolo della matassa alla tentazione di desistere nell’impresa. Dall’altro, c’è la storia di Thomas Karamessines, capo della stazione C.I.A. a Roma tra il 1959 e il 1963, di cui l’autore ripercorre l’ultimo giorno di vita nella sua casa di Lac Grand, in Québec.

È in quel fatidico 3 settembre del 1978, interrogato da due agenti della CIA che vogliono convincerlo a non testimoniare contro l’agenzia, che Karamessines rivela il suo coinvolgimento e quello dei servizi segreti in questioni delicatissime, che hanno influenzato gli equilibri politici, economici e tecnologici del mondo intero.

Difficile capire dove finisce l’immaginazione e dove comincia la realtà. Vero è che Il fantasma dei fatti è un romanzo avvincente, carico di suspense e di mistero, in cui pochi interrogativi riescono a trovare risposta e quasi nulla è come sembra.


L’AUTORE

Giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, Bruno Arpaia ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi I forestieri, Il futuro in punta di piedi, Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997), L’angelo della storia (Premio selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa 2001), Il passato davanti a noi (Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006), Per una sinistra reazionaria, questi ultimi usciti per Guanda. Per lo stesso editore è uscita anche una conversazione con Luis Sepúlveda, Raccontare, resisterePer una sinistra reazionaria è del 2007, e del 2010 è Il futuro in punta di piedi.

Nel 2011 pubblica un romanzo a carattere scientifico intitolato L’energia del vuoto, grazie al quale entra a far parte della cinquina di finalisti dell’edizione del Premio Strega dello stesso anno. Nel 2014 esce per Guanda il giallo Prima della battaglia. Un’indagine del commissario Malinconico, nel 2016 Qualcosa, là fuori e nel 2020 Il fantasma dei fatti.