Un uomo migliore

Titolo: Un uomo migliore

Autore: Louise Penny

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Nel mezzo di una delle peggiori alluvioni della storia del Québec, una giovane donna scompare di casa. Con le piogge che infuriano le ricerche andrebbero interrotte ma Armand Gamache si ritrova attanagliato da una domanda: cosa faresti se l’assassino di tua figlia girasse a piede libero? Mentre Three Pines è travolta da piogge e inondazioni senza precedenti, Armand Gamache, in procinto di tornare a capo della Sûreté du Québec dopo essere stato sospeso, deve gestire una duplice emergenza: quella meteorologica, con fiumi in piena e dighe che rischiano di cedere in tutta la zona; e quella legata all’improvvisa sparizione di una ragazza, Vivienne Godin. Ha venticinque anni, è incinta e tra i sospettati della sua scomparsa c’è il marito violento e alcolizzato. Ma con i media che attaccano Gamache per la gestione della calamità e lo stato di allerta nella provincia, le indagini procedono a rilento. Eppure Gamache, che ha una figlia della stessa età di Vivienne, non può fare a meno di immedesimarsi nel padre, soprattutto perché qualcosa lo porta a credere che si tratti di omicidio.


RECENSIONE

Lo ha fatto ancora. Con Un uomo migliore Louise Penny ha regalato di nuovo ai suoi lettori un romanzo avvincente, originale e ricco di colpi di scena. Un romanzo che, in un certo senso, è anche un libro di transizione per i suoi personaggi principali.

Da un lato, c’è Jean-Guy Beauvoir, che ne ha abbastanza del suo lavoro nella Sûreté de Québec e si sta per trasferire a Parigi con la famiglia; dall’altro, c’è Armand Gamache, suo suocero, che torna in servizio dopo i mesi più difficili della sua carriera, demansionato.

Con il medesimo ruolo di ispettore capo della Omicidi, i due si trovano a indagare fianco a fianco,per l’ultima volta, su un caso di violenza domestica che non può lasciarli indifferenti: la sparizione di Vivienne Godin, una donna giovane, incinta, che ha pressappoco l’età della moglie di Jean-Guy/figlia di Armand.

Armand e Jean-Guy non sono tuttavia gli unici personaggi a trovarsi a un bivio. C’è anche Clara, la pittrice, che, proprio come Gamache, sta affrontando dure critiche al suo lavoro sui social media. Non solo. L’intera comunità di Three Pines è minacciata da un’alluvione, che si preannuncia catastrofica.

Riusciranno a sopravvivere tutti quanti?

Sapranno cogliere l’opportunità di mettersi in gioco che la crisi comporta?

Ne usciranno sconfitti o migliori?

Siamo sicuri che i fan di Three Pines si godranno fino all’ultima pagina questo nuovo episodio e l’indiscutibile capacità della Penny di descrivere tanto i personaggi, riannodando i fili dei romanzi precedenti, quanto la profondità delle emozioni umane e la suggestione dei paesaggi del Québec.

La sensazione, arrivati in fondo al romanzo, è la stessa che abbiamo avuto leggendo Il regno delle ombre: immergersi nell’universo narrativo di Louise Penny è come trascorrere un po’ di tempo con cari, vecchi amici. Che, una volta salutati, non vediamo l’ora di incontrare di nuovo.


L’AUTORE

Louise Penny, nata a Toronto, vive in un piccolo villaggio a sud di Montréal. Oltre ad aver vinto sette Agatha Awards per il miglior crime dell’anno, le è stato assegnato The Order of Canada nel 2014 e l’Ordre National du Québec nel 2017. È autrice di quindici romanzi con protagonista il commissario Armand Gamache, tutti di prossima uscita per Einaudi Stile Libero, che della serie ha già pubblicato Case di vetro (2019), Il regno delle ombre (2020) e Un uomo migliore (2020). Penny è pubblicata in ventisei Paesi e ha venduto milioni di copie nel mondo.

Velocemente da nessuna parte

Titolo: Velocemente da nessuna parte

Autore: Grazia Verasani

Editore: Marsilio

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Giorgia Cantini ha un’agenzia investigativa a Bologna. In genere si occupa di banali pedinamenti per coniugi o fidanzati gelosi, ma stavolta le è stato affidato un caso di sparizione. Dora vuole sapere cosa è accaduto all’amica Vanessa Liverani, per tutti Van, madre di un bambino di dieci anni, Willy. Van è una giovane prostituta che conduce una vita solitaria ed è sparita senza lasciare traccia. Ma il suo corpo senza vita viene presto ritrovato nella Grotta delle Fate e Giorgia, per scoprire la verità, si concentra sulle confessioni che la donna ha affidato a un quaderno. Si addentra così nell’ipocrita realtà della Bologna bene, e si scontra con le dinamiche di una famiglia dal passato ingombrante. Nel continuo andirivieni tra una Bologna afosa e deserta e Sasso Marconi, dove abitano i parenti più stretti di Van, Giorgia si confronta con la madre Lena, una donna dura, dai modi spicci, e con il nonno Rolando, ex partigiano che si prende cura del piccolo Willy. Resta sullo sfondo invece il padre di Van, su cui grava ancora l’ombra di un delitto passionale commesso anni prima. Giorgia dovrà cogliere le sfumature emotive e captare i segni di una tragedia familiare, riportando alla luce un’atroce verità le cui conseguenze peseranno immancabilmente sugli elementi più fragili della storia.


RECENSIONE

Pubblicato nel 2006 e riproposto oggi da Marsilio in formato digitale, Velocemente, da nessuna parte è il secondo romanzo di Grazia Verasani, dopo il successo ottenuto con Quo vadis, baby? (da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film), il secondo che ha per protagonista l’investigatrice privata Giorgia Cantini.

Al di là del plot narrativo solido e avvincente, che vede la Cantini alle prese con la scomparsa (poi omicidio) di “Van”, prostituta d’alto bordo per la “Bologna bene”, con un figlio di dieci anni e un quaderno di poesie nascosto sotto il cuscino, gli ingredienti del fortunato esordio dell’autrice sono presenti anche in questo noir.

Lo stile è immediato e va dritto al cuore del lettore, grazie alla narrazione in prima persona, l’atmosfera è cupa e malinconica, e non mancano le tante (sfiziose) citazioni musicali, dai CAN ai Damned. A cominciare dal titolo del libro, che deriva dalla canzone “Nowhere Fast”, un pezzo degli Smiths. D’altra parte, Grazia Verasani condivide con la sua protagonista la stessa passione per la musica.

Chi, nel leggere l’esordio dell’autrice, si è affezionato a Giorgia Cantini sarà felice di ritrovare in questo romanzo tutti i tratti che la caratterizzano. Quarant’anni, single, la sigaretta perennemente tra le labbra, Giorgia gira per le strade di Bologna a bordo di una vecchia utilitaria, nel tentativo di trovare po’ di tregua dalla solitudine e dal ricordo di sua sorella Ada.

Tra il conforto dell’alcol e di pochi, selezionatissimi affetti – come “Mel”, l’amico di sempre, o Johnny Riva, ex attore porno, ora suo vicino di casa – Giorgia cerca di risolvere il caso e di fare allo stesso tempo i conti con i suoi irrisolti, mentre l’autrice ci spinge a riflettere su quello che è il tema centrale del romanzo: il bisogno, umanissimo, di fuggire verso un’esistenza diversa.


L’AUTORE

Grazia Verasani (Bologna, 1964) ha esordito giovanissima con alcuni racconti apparsi su Il manifesto. Oltre a Quo vadis, baby? – da cui nel 2005 è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores e nel 2008 una serie tv prodotta da Sky – e agli altri libri della serie con protagonista l’investigatrice Giorgia Cantini (l’ultimo dei quali è Come la pioggia sul cellofan , uscito nel 2020 per Marsilio) ha pubblicato L’amore è un bar sempre aperto (Fernandel 1999), Fuck me mon amour (Fernandel 2001), Tracce del tuo passaggio (Fernandel 2002), From Medea (Sironi 2004), da cui nel 2012 è stato realizzato il film Maternity Blues di Fabrizio Cattani, Tutto il freddo che ho preso (Feltrinelli 2008), Vuoto d’aria (Transeuropa 2010), Accordi minori (Gallucci 2013), Mare d’inverno (Giunti 2014), Lettera a Dina (Giunti 2016) e La vita com’è (La nave di Teseo 2017). I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti, Russia.

Io sono il castigo

Titolo: Io sono il castigo

Autore: Giancarlo De Cataldo

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Un tipo eccentrico, così viene definito da chi lo conosce, il PM Manrico Spinori della Rocca, Rick per gli amici, gentiluomo di antiche origini nobiliari, affascinante, un po’ donnaiolo e con una madre ludopatica. Ma anche i più scettici devono fare i conti con la statistica: nel suo mestiere è bravissimo. In più non perde mai la calma, cosa che gli torna utilissima quando si trova a indagare sulla morte di Ciuffo d’oro, famoso cantante pop degli anni Sessanta poi diventato potente guru dell’industria discografica. Subito era parso un incidente stradale, ma non è così: qualcuno lo ha ucciso. Del resto, alla vittima, i nemici non mancavano, per il movente c’è solo da scegliere. Rick, coadiuvato dalla sua squadra investigativa tutta al femminile, si mette dunque al lavoro. E fra serate musicali, vagabondaggi in una Roma barocca e popolana, cene grottesche con aristocratici incartapecoriti, arriverà ancora una volta alla soluzione del mistero.


RECENSIONE

Il secondo atto si spense nel silenzio. Finalmente partì l’applauso. L’uomo dai capelli grigi si alzò e si diresse verso il foyer per un calice di vino. In quel momento gli vibrò il cellulare. Lesse il messaggio, sospirò, e scuotendo la testa uscì dall’edificio, avviandosi al vicino parcheggio di taxi. Il suo nome era Manrico Spinori, sostituto procuratore della Repubblica in Roma. Quel mercoledì era di turno ed era stato convocato in ben altro teatro.

È in questo modo che entra in scena Manrico “Rick” Spinori, protagonista della serie uscita dalla penna di De Cataldo, di cui “Io sono il castigo” rappresenta il primo, avvincente, episodio.

Impossibile non rimanere affascinati dal “Contino” (così è detto il magistrato per via delle sue origini aristocratiche). Manrico è un uomo d’altri tempi, dall’animo mite, gentile, incline all’ascolto, alla riflessione e all’ironia, appassionato di whiskey torbato e di opera lirica.

È proprio attraverso la lirica che Spinori tende a cercare la chiave per interpretare la realtà, dalle relazioni interpersonali alle dinamiche dei delitti. Non farà eccezione l’omicidio di Ciuffo d’Oro, star della musica italiana degli anni ’60, su cui i media si gettano come avvoltoi.

Indaga insieme a Manrico una squadra investigativa tutta al femminile, di cui fa parte anche la new entry Deborah Cianchetti, ispettore dal carattere tanto spinoso, impulsivo ed esuberante, da risultare, almeno in apparenza, inconciliabile con la calma e la prudenza con cui il magistrato conduce l’indagine.

Eppure, tra cantonate e false piste, la reale natura della vittima finisce per venire a galla, e ben poco ha a che spartire con l’immagine pubblica che Ciuffo d’Oro si è costruito. La verità, come negli altri casi che Spinori ha risolto, gli sarà suggerita dai versi di un’opera.

Se già conoscete De Cataldo, possiamo dirvi soltanto che questo romanzo non vi deluderà. Non vediamo l’ora di leggere il secondo episodio.


L’AUTORE

Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), è magistrato, drammaturgo, sceneggiatore. Ha scritto molti romanzi (il più noto è di certo Romanzo criminale, edito nel 2002 per Einaudi e vincitore l’anno successivo del Premio Scerbanenco: da questo libro Michele Placido ha tratto un celebre film, seguito poi da una serie TV), sceneggiature per cinema e televisione e testi teatrali. Collabora a quotidiani e a riviste come, tra le altre, «la Repubblica», «Il Messaggero», «L’Unità» e «Corriere della Sera Magazine». Nel giugno del 2007 esce nelle librerie Nelle mani giuste, ideale seguito di Romanzo criminale, ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica; i due libri hanno alcuni personaggi in comune. Nel 2009 esce per Einaudi La forma della paura, scritto a quattro mani con Rafele Mimmo. Dell’anno successivo è Il padre e lo straniero, sempre per Einaudi. Nel 2012 esce Io sono il Libanese, e nel 2013 De Cataldo firma con Gianrico Carofiglio e Massimo Carlotto un volume di racconti intitolato Cocaina, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Sempre del 2013 è Suburra (Einaudi), di cui è autore insieme a Carlo Bonini. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: I semi del male (Rizzoli 2014), Nell’ombra e nella luce (Einaudi 2014), Alba nera (Rizzoli 2019 Quasi per caso) e (Mondadori 2019).

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti

Titolo: Guida il tuo carro sulle ossa dei morti

Autore: Olga Tokarczuk

Editore: Bompiani

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Janina Duszejko, insegnante d’inglese e appassionata delle poesie di William Blake, è un’eccentrica sessantenne che preferisce la compagnia degli animali a quella degli uomini e crede nell’astronomia come strumento per porre ordine nel caos della vita. Quando alcuni cacciatori vengono trovati morti nei dintorni del suo villaggio, Janina si tuffa nelle indagini, convinta com’è che di omicidi si tratti. Con la sua prosa precisa e pungente Olga Tokarczuk ricorre ai modi del noir classico per virare verso il thriller esistenziale e affrontare temi come la follia, il femminismo, l’ingiustizia verso gli emarginati, i diritti degli animali: surreale, acuto, melanconico, sconcertante, il suo romanzo interroga il presente anche quando sembra parlare di tutt’altro.


RECENSIONE

Un’anziana insegnante, Janina Duszejko, animalista convinta e appassionata di astrologia. Un villaggio sperduto in mezzo ai boschi nei Sudeti orientali, a due passi dal confine ceco. Una serie di morti sospette. Sono questi gli elementi che Olga Tokarczuk, Premio Nobel per la Letteratura, dispone sul piatto.

Uscito in Polonia nel 2009, “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” mescola in modo per nulla scontato l’atmosfera delle fiabe gotiche alla forma del noir e alla tensione del thriller, sempre più drammatica man mano che la vicenda si avvia verso la sua conclusione.

Il punto di vista è quello della protagonista: è lei a dare nomi nuovi a cose e persone (a partire dai suoi vicini, “Piede Grande” e “Bietolone”), è lei a credere agli astri ed è sempre lei a sospettare che gli omicidi siano una vendetta degli animali. Animali che, in questo romanzo, sono scritti con la lettera maiuscola, assieme ad emozioni e sentimenti, proprio come faceva William Blake, il poeta che Janina traduce assieme al suo studente (e a cui il titolo stesso del libro è debitore).

Attraverso lo sguardo ingenuo e fantasioso di Janina, attraverso il confronto tra la sua visione anticonvenzionale, e la realtà, dura, violenta, il lettore è spinto a riflettere sui temi universali che questo romanzo affronta: la ricerca del senso della vita, la necessità di superare le apparenze per conoscere gli altri, la responsabilità dell’uomo nei confronti della natura e degli animali, il rapporto tra determinismo e libero arbitrio.

E ancora: esiste un ordine delle cose?

Ci è dato scoprirlo?

L’uomo è in grado di percepire con chiarezza la realtà e il senso degli eventi?

La risposta la Tokarczuk ce la dà attraverso le parole del suo personaggio:

Ritengo infatti che la psiche umana sia nata per tutelarci dal vedere la verità. Per non consentirci di scorgerne direttamente il meccanismo. La psiche è il nostro sistema di difesa: si adopera per non farci mai comprendere ciò che ci circonda. Si occupa principalmente di filtrare le informazioni, sebbene le possibilità del nostro cervello siano enormi. Perché quel sapere non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza.


L’AUTORE

Olga Tokarczuk è nata nel 1962 e ha studiato psicologia a Varsavia. È scrittrice e poetessa tra le più acclamate della Polonia e la sua opera è stata tradotta in trenta paesi. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2018 “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Il romanzo I vagabondi le è valso il Man Booker International Prize 2018 ed è stato finalista al National Book Award. È stata di nuovo finalista al Man Booker International Prize nel 2019 proprio con Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, uscito in Polonia nel 2009.

Le unghie rosse di Alina

Titolo: Le unghie rosse di Alina

Autore: Christine Von Borries

Editore: Giunti

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Un nuovo mistero da risolvere per le quattro inseparabili amiche Valeria Parri, pubblico ministero alla Procura di Firenze; Erika Martini, ispettore di polizia; Giulia Gori, giornalista; Monica Giusti, commercialista. Nelle acque di un torrente, alla periferia di Firenze, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna, dai lunghi capelli biondi e dalle unghie laccate di rosso. Di lì a breve si scoprirà che la vittima è una prostituta ucraina, Alina. Ma quello che potrebbe sembrare il gesto di un balordo porterà gradualmente alla luce una vicenda molto più complessa, che affonda le radici nella Firenze altolocata, disposta a tutto pur di soddisfare i desideri più urgenti: come quello di avere un figlio, a ogni costo. E tra una cena, un aperitivo e una serata a teatro, le quattro amiche non solo dipaneranno la fitta trama di intrecci sentimentali, tradimenti e tensioni familiari che movimentano le loro vite, ma riusciranno a mettere insieme i vari tasselli del mosaico che ruota intorno alla morte di Alina. Tutto questo grazie a un’arma in più, l’unica veramente efficace: la complicità e la solidarietà femminile che le tiene unite da tanti anni.


RECENSIONE

C’era questo di bello nelle chiacchiere tra amici: per un po’ vivevi anche le vite degli altri, osserva la voce narrante durante una cena, uno dei tanti appuntamenti in cui le quattro amiche, le protagoniste del romanzo di Christine Von Borries, si incontrano.

Eppure, a un certo punto, le loro vite in apparenza tanto diverse – ciascuna alle prese con i problemi della propria quotidianità, tra relazioni sentimentali più o meno felici, più o meno stabili, tra figli e carriera – tendono inevitabilmente a convergere nell’indagine sull’omicidio della prostituta Alina Koshenko.

L’intreccio classico del romanzo crime, ricco di suspense e colpi di scena, si mescola così alla delicata narrazione di uno dei legami affettivi più potenti: l’amicizia. Affini tra loro per ideali e visione del mondo, Valeria, Monica, Giulia e Erika si sostengono infatti a vicenda per tutta la durata dell’indagine, correndo in aiuto l’una dell’altra, a rischio di mettere in pericolo la propria vita.

Particolare e di grande attualità è pure il tema affrontato nel romanzo, un argomento non semplice, che è tuttora oggetto di dibattito: l’inseminazione eterologa. Ecco allora che la narrazione poliziesca diventa spunto per una riflessione più ampia sul significato della maternità nella nostra società.

Fino a che punto è giusto spingersi per realizzare il desiderio di avere un figlio?

Quali sono i potenziali rischi del voler realizzare questo sogno a tutti i costi, in un mercato globale, in cui tutto ha un prezzo e può diventare merce?

Può l’adozione diventare una scelta d’amore e non solo un ripiego?

La risposta, lo sappiamo, non si trova tra le pagine di un romanzo, ma un romanzo può senz’altro aiutare a porci le domande giuste.

E questo è Le unghie rosse di Alina : una storia che, attraverso lo sguardo delle sue protagoniste (e dell’autrice), ci spinge a riflettere sull’amore, sugli affetti, sul senso e la responsabilità che dare la vita comporta.


L’AUTORE

Madre italiana e padre tedesco, Christine Von Borries nasce a Barcellona nel 1965. Dopo la laurea in giurisprudenza vince il concorso in magistratura e lavora come pubblico ministero ad Alba, Prato, Palermo e dal 2005 a Firenze. Ha pubblicato con Guanda Fuga di Notizie Una verità o l’altra. Per Giunti è uscito il primo romanzo con protagoniste le quattro amiche fiorentine, A noi donne basta uno sguardo.

Il fantasma dei fatti

Titolo: Il fantasma dei fatti

Autore: Bruno Arpaia

Editore: Guanda

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Vi hanno mandato loro? chiede Tom il Greco ai due sconosciuti che bussano alla porta della sua casa di vacanza in Québec. “Loro” sono gli uomini della Cia, l’Agenzia che Thomas Karamessines, detto il Greco, ha servito per tutta la vita. C’era proprio lui, infatti, a capo della stazione di Roma quando, tra il 1961 e il 1963, con la morte di Mario Tchou, l’attentato a Enrico Mattei, le incriminazioni e le condanne di Felice Ippolito e di Domenico Marotta, l’Italia perdeva di colpo ogni competitività in campo scientifico, politico ed energetico, avviandosi verso il declino attuale. Una semplice coincidenza? O dietro quel punto di svolta così drammatico per il nostro paese si nascondeva la longa manus della Cia e di Tom il Greco? Dopo l’Italia, una lunga carriera avrebbe portato Karamessines a giocare un ruolo anche nei misteri più bui della politica internazionale, dall’assassinio di Kennedy alla cattura di Che Guevara e al golpe in Cile. Ci sono, però, intrighi e segreti di stato che nemmeno gli uomini più scaltri riescono a tenere sotto controllo. Segreti che, in ore estreme, quando quei due sconosciuti bussano alla sua porta, non ha più senso nascondere. A partire da questa figura sfuggente, l’ossessione di un protagonista che ha lo stesso nome dell’autore si trasforma in una lunga indagine, e in un romanzo che intreccia i “fatti” con le zone oscure degli eventi, illuminate dall’immaginazione. Perché, come sostiene Sciascia, non sono tanto i fatti quanto “i fantasmi dei fatti” a costituire la vera materia della letteratura.


RECENSIONE

Le uniche storie che vale la pena di raccontare sono quelle che non possono essere raccontate.

È questo che dice a Bruno Arpaia l’amico Pietro Greco, quando, al Caffè Gambrinus, lo incoraggia a scrivere il romanzo sui fatti di cronaca che hanno segnato la storia italiana dei primi anni Sessanta, decretando di fatto l’arrestarsi della ricerca in ambito tecnologico ed energetico del nostro Paese.

Parliamo della morte misteriosa di Mario Tchou, ingegnere e collaboratore di Adriano Olivetti, e di quella di Enrico Mattei, fondatore di ENI; parliamo dei clamorosi arresti di Felice Ippolito e Domenico Marotta, rispettivamente Segretario generale del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare e direttore dell’Istituto Superiore di Sanità.

In bilico tra l’inchiesta giornalistica e la spy story, aggiungendo pure qualche sfumatura autobiografica, Arpaia dà alla luce un bellissimo metaromanzo, in cui il piano della narrazione si sovrappone al racconto del mestiere dello scrittore, che a quella storia sta lavorando.

Il fantasma dei fatti si sviluppa su due piani temporali. Da un lato, c’è il presente, dove Arpaia cerca faticosamente di documentarsi, alternando l’ossessione che ha di trovare il bandolo della matassa alla tentazione di desistere nell’impresa. Dall’altro, c’è la storia di Thomas Karamessines, capo della stazione C.I.A. a Roma tra il 1959 e il 1963, di cui l’autore ripercorre l’ultimo giorno di vita nella sua casa di Lac Grand, in Québec.

È in quel fatidico 3 settembre del 1978, interrogato da due agenti della CIA che vogliono convincerlo a non testimoniare contro l’agenzia, che Karamessines rivela il suo coinvolgimento e quello dei servizi segreti in questioni delicatissime, che hanno influenzato gli equilibri politici, economici e tecnologici del mondo intero.

Difficile capire dove finisce l’immaginazione e dove comincia la realtà. Vero è che Il fantasma dei fatti è un romanzo avvincente, carico di suspense e di mistero, in cui pochi interrogativi riescono a trovare risposta e quasi nulla è come sembra.


L’AUTORE

Giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, Bruno Arpaia ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi I forestieri, Il futuro in punta di piedi, Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997), L’angelo della storia (Premio selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa 2001), Il passato davanti a noi (Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006), Per una sinistra reazionaria, questi ultimi usciti per Guanda. Per lo stesso editore è uscita anche una conversazione con Luis Sepúlveda, Raccontare, resisterePer una sinistra reazionaria è del 2007, e del 2010 è Il futuro in punta di piedi.

Nel 2011 pubblica un romanzo a carattere scientifico intitolato L’energia del vuoto, grazie al quale entra a far parte della cinquina di finalisti dell’edizione del Premio Strega dello stesso anno. Nel 2014 esce per Guanda il giallo Prima della battaglia. Un’indagine del commissario Malinconico, nel 2016 Qualcosa, là fuori e nel 2020 Il fantasma dei fatti.

Il regno delle ombre

Titolo: Il regno delle ombre

Autore: Louise Penny

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Mentre sul Québec infuria la più violenta tormenta di neve dell’anno, Armand Gamache si trova a indagare su due casi. Entrambi oscuri come il cuore dell’inverno canadese. Convocato all’improvviso in una fattoria nei pressi di Three Pines, Armand Gamache, capo della Sûreté du Québec, scopre di essere stato nominato esecutore testamentario da una sconosciuta baronessa. Il documento contiene clausole tanto bizzarre da far sospettare al commissario che si tratti di uno scherzo, ma di lì a qualche giorno, quando nella fattoria viene rinvenuto il cadavere di un uomo, la realtà dei fatti emerge in tutta la sua gravità. Nel frattempo, un enorme carico di droga sta per inondare le strade di Montréal, e Gamache, sospeso dal servizio sei mesi prima proprio per non averlo fermato, deve decidere al più presto come agire.


RECENSIONE

Leggere Il regno delle ombre per chi, come me, si è affezionato al commissario Armand Gamache, capo della Sûreté du Québec, ealle vicende della vivace e solidale comunità di Three Pines diCase di vetro, è un po’ come ritrovare dei vecchi amici.

La narrazione, questa volta, si sviluppa su due fronti. Uno è l’insolita indagine in cui Gamache si trova coinvolto, dopo essere stato nominato esecutore testamentario delle ultime volontà di una donna che non aveva mai conosciuto, insieme a Myrna, sua vicina di casa, e a un giovane di Montreal. Il mistero si infittisce quando, in seguito al crollo della fattoria di proprietà della donna, viene ritrovato il cadavere del suo primogenito.

L’altro filone, invece, collega questo romanzo al precedente, riprendendo l’indagine sull’operazione antidroga di “Case di vetro”, operazione in seguito a cui Gamache è stato sospeso, per non essere riuscito a evitare che un’ingente quantità di carfentanyl, nuova e micidiale droga, passasse la frontiera tra Stati Uniti e Canada.

Alternando i grattacieli di Montreal, i suoi vicoli, popolati da tossici e prostitute alla ricerca di una dose, e i paesaggi canadesi, stretti nella morsa del gelo, isolati dalla neve che cade copiosa, Louise Penny tesse magistralmente la sua trama, intreccia le vicende dei personaggi e finisce per conquistare il lettore, con l’ironia e la delicatezza che caratterizzano la sua scrittura.


L’AUTORE

Louise Penny è nata a Toronto. Ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva, occupandosi di cronaca e current affair, ma è con la scrittura che raggiunge il successo. I suoi romanzi sono stati insigniti dei più prestigiosi premi letterari dedicati al genere, dall’Anthony Award al Macavity Award. È l’unica autrice ad aver vinto l’Agatha Award for Best Novel per quattro anni consecutivi. In Italia Piemme ha pubblicato L’inganno della luce nel 2013 e La via di casa nel 2017, entrambi con protagonista l’ispettore Gamache. Nel 2019 esce per Einaudi Case di vetro. Le indagini dell’ispettore Armand Gamache.

La fine del tempo

Titolo: La fine del tempo

Autore: Guido Maria Brera

Editore: La nave di Teseo

Anno di pubblicazione: 2020


SINOSSI

Philip Wade è uno stimato professore di Storia contemporanea al Birkbeck College di Londra, ma in passato ha vissuto molte vite e in una di queste ha lavorato per una grande banca d’affari della City in qualità di analista, chiamato a prevedere le tendenze economiche, politiche e sociali su cui indirizzare gli investimenti. Colpito da una forma di amnesia, Philip oggi non riesce più a trattenere alcun ricordo recente: nei buchi della sua memoria scompare anche il saggio che stava scrivendo e di cui non c’è più traccia. Con il ritmo di un giallo, La fine del tempo narra l’indagine di un uomo nell’abisso della propria mente, intorno al mistero di un libro rivoluzionario e perduto. Scoperta dopo scoperta, mentre l’Europa si infiamma sotto il montare della marea populista, Philip Wade ricompone il mosaico del suo libro, che potrebbe mettere in discussione il dominio delle grandi corporation che governano l’economia mondiale. E che hanno fondato la loro ascesa inarrestabile sull’eliminazione della principale variabile del gioco finanziario – il tempo – condannando così il nostro pianeta a vivere un eterno presente, quando tutto è possibile per i nuovi padroni del vapore, i signori del silicio, l’aristocrazia delle app. Dopo il successo italiano e internazionale del romanzo I Diavoli – da cui è tratta la serie evento con Patrick Dempsey e Alessandro Borghi – Guido Brera ritorna con un thriller nella notte dell’economia digitale.


RECENSIONE

La fine del tempo non è un libro semplice, ma é come i migliori crime, dovrebbero essere: lenti attraverso cui filtrare la realtà, leggerla per comprenderne i lati più oscuri. A sei anni dall’uscita de I Diavoli, Brera ricostruisce in questo articolato romanzo i meccanismi dell’alta finanza dell’ultimo decennio, coniugandoli con le dinamiche proprie del thriller.

La fine del tempo è un viaggio nel tempo, che affonda le radici negli anni Duemila:

Il mondo stava cambiando, il mondo stava finendo alle soglie dell’anno di nessun Signore 2009. Così i banchieri centrali corsero ai ripari. C’era un’apocalisse da sventare, o almeno da posticipare. La formula magica era il Quantitative Easing: stampare denaro e pomparlo nelle arterie svuotate di un sistema ormai esangue tramite il più grande acquisto di debito pubblico di tutti i tempi”.

È questa la premessa a partire dalla quale si dipana l’analisi di un’economia in mutamento, che vede sostituirsi all’economia tradizionale, del risparmio e del mattone, una nuova potenza.

È l’imporsi della “tecnofinanza”, l’inquietante aristocrazia dell’hi-tech, delle digital corporation e dei signori della app. È un’economia in cui il fattore tempo non conta più e i tassi di interesse – la misura del tempo in economia – così come il costo del denaro, non esistono più.

A guidarci in questo percorso, il professor Philip Wade, insegnante di Storia contemporanea ed economia al prestigioso Birkbeck College di Londra, la cui memoria è stata gravemente danneggiata in un incidente, cancellando i ricordi del passato recente.

Scava Wade, scava con tenacia nell’abisso della propria mente, per ricostruire il mistero di quel saggio che ha scritto e che potrebbe forse cambiare le sorti dell’economia mondiale, lasciando il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, a sperare che i pezzi del puzzle vadano tutti al proprio posto.


L’AUTORE

Guido Maria Brera nel 1999, non ancora trentenne, è fra i tre soci fondatori del Gruppo Kairos. A più riprese tra i migliori gestori hedge d’Europa, oggi è capo degli investimenti del Gruppo Kairos Julius Baer. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo I Diavoli, best seller da cui è nato il sito omonimo idiavoli.com, un progetto di giornalismo narrativo per raccontare la finanza e la geopolitica, e da cui Sky ha realizzato l’omonima serie TV. Nel 2017, con il premio Strega Edoardo Nesi, ha scritto Tutto è in frantumi e danza (La nave di Teseo).

Più di così si muore

Titolo: Più di così si muore

Autore: Sabina Macchiavelli

Editore: Giraldi

Anno di pubblicazione: 2019


SINOSSI

Ambientato sull’Appennino emiliano, il romanzo raccoglie un intreccio di storie legate dal filo di una scomparsa. Le storie sono quelle dei componenti di una famiglia di origine bolognese, i Pascali, sullo sfondo di un bellissimo casale ristrutturato che nelle sue pietre e nei suoi prati conserva ancora il mistero delle anime che ci sono passate. La scomparsa è quella di uno dei tre fratelli, Donato, che dopo un’ultima, ambigua telefonata dal Sudamerica non dà più notizie di sé. Quando un giorno la moglie in lacrime ne annuncia la morte, per Lieta e Severino inizia un periodo doloroso, di ripensamenti e accuse reciproche, ma anche di riflessione sulla vita di ciascuno e sui loro rapporti reciproci. L’instabilità e la tensione che covavano sotto il piano delle relazioni formalmente affettuose esplodono e richiedono di venirne a patti. Il discorso di “successo” e soddisfazione che ciascuno si è costruito appare in realtà una struttura barcollante che puntella difficoltà reali: nei rapporti interpersonali e nelle personali reazioni a ciò che il mondo pretende da noi.


RECENSIONE

Più di così si muore, primo romanzo di Sabina Macchiavelli, richiama già nel titolo la delicata ironia, che accompagna le vicende della famiglia Pascali, divisa tra Ca’ dei Gobbi, una casa colonica ristrutturata ai confini del modenese, in cui vivono Lieta, suo marito Geoffrey e la figlia BJ, il casale poco lontano, abitato dai vecchi genitori, e Bologna, dove stanno invece i fratelli di Lieta, Severino e Donato (quando non è in Sudamerica).

Non capita spesso, per una famiglia così numerosa, di avere occasione di ritrovarsi tutti attorno a un tavolo. Non capita più, da quando nonna Clelia è stata ricoverata in ospedale, in seguito a una crisi respiratoria, e Donato è sparito, dopo una strana telefonata con cui ha svegliato Severino e BJ nel cuore della notte.

È attorno a questo mistero che cominciano a dipanarsi le storie dei singoli personaggi, la loro quotidianità, il loro carattere, i ricordi che li legano o che li tormentano. E l’affetto, sicuramente, ma anche le tensioni, i silenzi, i non detti, che condizionano le relazioni interpersonali, tanto più destabilizzate quanto più si protrae l’assenza di Donato.

Tuttavia, non sono solo i personaggi a parlare, a guidare la narrazione di questo affresco corale, sono anche i luoghi a raccontare la storia. Sono i luoghi dell’Appennino, le sue montagne, i prati, i boschi silenziosi e immobili, impenetrabili.

Sono i luoghi della linea gotica e delle brigate partigiane, ma sono pure i luoghi dei casali in pietra a vista, con gli intonaci rosa pallido, i tetti in cotto e le aiuole intorno, come Ca’ Rosetta e Ca’ dei Gobbi, custodi di ricordi, dei momenti felici e di quelli più dolorosi.

I luoghi mantengono la memoria”, scrive Sabina Macchiavelli, “non si sa come accada, è un’impronta perpetua, della debole perpetuità di cui siamo fatti, impressa nella superficie delle cose”, e forse è proprio il legame che si crea (o, a volte, si scioglie) tra la natura, le cose e le persone a rendere questo romanzo ancora più suggestivo.

Più di così si muore è una saga familiare e un romanzo psicologico, capace di indagare il senso della vita con originalità e delicatezza, e di incantare il lettore per la sua intensità emotiva, dalle prime pagine fino all’epilogo. Che, volutamente, non fornisce tutte le risposte che avremmo voluto, perché anche questo è cifra della nostra esistenza.


L’AUTORE

Sabina Macchiavelli è nata a Bologna nel 1964, abita fra i monti dell’Appenino modenese. Si occupa di cultura come organizzatrice di eventi ed insegnante di lingue straniere. Conduce laboratori di scrittura creativa per bambini e adulti. È autrice di audio documentari e studiosa di docufiction radiofonica, per la quale ha ottenuto un dottorato presso la University of South Wales di Cardiff. Ha pubblicato racconti e saggi comparsi in riviste e antologie. Nel 2013 è uscita per Einaudi la raccolta di racconti E a chi resta, arrivederci, scritta con il padre Loriano. Questo è il suo primo romanzo.

Anello di piombo

Titolo: Anello di piombo

Autore: Piero Colaprico

Editore: Mondadori

Anno di pubblicazione: 2019


SINOSSI

Milano, anni Ottanta. Eleuterio Rupp, uno stimato psichiatra della Milano bene, viene ucciso con quattro colpi di pistola, una mattina, sotto casa sua in piazza Fratelli Bandiera. La questura di Milano mette in campo i migliori uomini che ha a disposizione per catturare il colpevole. Ma, qualche giorno più tardi, due poliziotti coinvolti nell’inchiesta vengono trovati morti e, anche se sembra esserci una spiegazione logica, esiste un’altra verità. La si potrebbe raggiungere soltanto grazie a un diario, una specie di eredità di indizi e suggerimenti che un investigatore lascia a chi gli succederà. Anni dopo l’ispettore Francesco Bagni, già protagonista della Trilogia della città di M., è chiamato a indagare sui misteriosi delitti. Chi è davvero il poliziotto Nunzio Fratoianni? Cosa c’entra la bomba di piazza Fontana con l’omicidio di uno psichiatra nella città che ormai è chiamata la “Milano da bere”?


RECENSIONE

Torna in Anello di piombo l’ispettore Francesco Bagni, già protagonista dei romanzi di Colaprico Trilogia della città di M. e La strategia del gambero. Torna, questa volta, per gettare luce su una serie di omicidi avvenuti anni prima. Tra le vittime, l’amico e mentore “Tanone”, al secolo Sebastiano Nesi.

Bagni cerca affannosamente di orientarsi tra le pagine del diario dell’amico, alla ricerca di un indizio utile, di una qualche pista, che lo aiuti a stabilire un collegamento tra l’inchiesta che Nesi stava seguendo – l’omicidio dello stimato professore Eleuterio Rupp, ucciso a Milano negli anni Ottanta – e la sua stessa morte.

Nel fare questo, Bagni è alle prese con un dolore sordo e profondo, amplificato dall’incapacità di elaborare il lutto e da una diversa, e più angosciante, sensazione di solitudine.

Non aveva paura, Bagni. Provava in quel momento una profonda solitudine. Una solitudine assoluta, nella quale s’avvolgeva sin da piccolo. Non era un problema essere solo. Il problema era che intorno a lui, e alla memoria di Nesi, si stava delineando una sigla misteriosa e fetente, chiamata Anello.

Come Nesi, infatti, anche Bagni finisce per scontrarsi con i segreti di uno Stato “occulto, illegale, dove non contano i ruoli ufficiali, ma altri poteri.”

Con questo enigmatico giallo a incastro, Piero Colaprico riapre uno dei capitoli più oscuri e inquietanti del nostro passato: quello degli anni di piombo, del terrorismo nero, dello stragismo.

Ecco allora che Anello di piombo è qualcosa di più di un romanzo avvincente, scritto con uno stile asciutto e incalzante, che trascina il lettore. È un invito a riflettere sui tanti misteri, ancora irrisolti, che hanno segnato la storia del nostro Paese.


L’AUTORE

Piero Colaprico scrive da anni di malavita per la Repubblica ed è un autore di gialli longseller. Laureato in giurisprudenza, vive a Milano. Oltre alla serie con il maresciallo Pietro Binda (i primi tre libri scritti con Pietro Valpreda), ha pubblicato Trilogia della città di M., La quinta stagione, La donna del campione. Tra i suoi ultimi libri Mala storie. Il giallo e il nero della vita metropolitana (Il Saggiatore, 2010), Le cene eleganti (Feltrinelli, 2011), Le indagini del maresciallo Binda (2013, insieme a Pietro Valpreda), La strategia del gambero (Feltrinelli, 2017), Il fantasma del ponte di ferro (Rizzoli, 2018).